Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

DOMENICA DELLE PALME (Mc 14,1-15,47)

28 marzo - Domenica delle Palme | Commento al Vangelo

FIGLIO DI DIO, UN CROCIFISSO

Sappiamo bene che il cuore del racconto della passione del vangelo di Marco è l’espressione del centurione romano dopo la morte di Gesù «Veramente quest’uomo era figlio di Dio». Sono parole decisive per il Vangelo, ma nello stesso tempo parole che hanno un suono paradossale: “Figlio di Dio, un crocifisso!”.

Ci si può mettere nei panni di un romano che considerava la crocifissione come il supplizio degno di uno schiavo; oppure nei panni di un ebreo che legge nel Deuteronomio: “Maledetto chi pende dal legno”.

Ci sorprendiamo non poco di fronte a queste rivelazioni? Chi è veramente Dio se il Figlio di Dio è un crocifisso? Già in precedenza Marco aveva cercato di orientare la nostra attenzione verso la croce. Quando Pietro, interrogato da Gesù, gli ha risposto arditamente: “Tu sei il Cristo”, Gesù ha cominciato subito a parlare della sua passione, a dire che avrebbe dovuto “soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e dopo tre giorni risuscitare”. Questo annuncio i discepoli se lo sono sentiti ripetere più volte, nonostante i loro silenzi imbarazzati, le loro incomprensioni e reazioni.

Quest’uomo, il crocifisso, è veramente Figlio di Dio. Il crocifisso, non un altro. Non quell’uomo che fosse eventualmente sceso dalla croce, non quello che avesse colpito con ira irresistibile i suoi avversari. Ai suoi discepoli Gesù stesso aveva spiegato: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Per servire, come uno schiavo…

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 12,20-33)

The News

È VENUTA L’ORA

            Il vangelo di questa V domenica di Quaresima ci fa entrare più in profondità nel significato dell’“ora” che Gesù si appresta a vivere (“È venuta”). L’occasione viene dalla richiesta fatta da alcuni Greci giunti a Gerusalemme in occasione della Pasqua giudaica: “Vogliamo vedere Gesù”. Sono dei “timorati di Dio”, ellenisti simpatizzanti del giudaismo che, mossi da un desiderio fermo e profondo (“vogliamo”), si rivolgono a Filippo, l’unico discepolo, insieme ad Andrea, dal nome greco, per incontrare il loro Maestro. Si mostrano vere, così, le parole dei farisei: “Il mondo è andato dietro a lui!” (Gv 12,19). Se i Giudei si ostinano nel non comprendere Gesù, i Greci chiedono invece di vederlo, a dimostrazione della destinazione universale del Vangelo, incompatibile con ogni logica che tenda a restringerne la diffusione.

            L’“ora” di Gesù è segnata da un paradosso: da un lato la glorificazione (l’“innalzamento” del vangelo della scorsa domenica), dall’altro la caduta a terra e la morte. È la sorte del chicco di grano, che richiama l’immagine del seme, molto cara ai vangeli sinottici. Per l’evangelista Giovanni, il seme è Gesù stesso che proprio nel vivere fino in fondo la sua autodonazione per amore dell’uomo diventa pienamente rivelazione della gloria di Dio. Al frutto di questa morte Gesù associa quanti sono disposti a vivere la loro vita secondo una logica ben precisa: non quella della conservazione egoistica di sé, ma quella del dono gratuito di sé. È questa l’unica strada che ha l’uomo per godere fin d’ora della vita eterna, in grado di appagarlo pienamente sia qui che nell’aldilà. L’ora dell’esaltazione, però, non risparmia dalla sofferenza, dal turbamento profondo che anche Gesù sperimenta fino in fondo dinanzi alla sorte che lo attende: il Cristo glorioso è stato veramente uomo! Ma anche adesso è incrollabile in lui la certezza che il Padre, di cui ha sempre accettato la volontà, lo aiuterà a superare anche quest’ora.

            “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Tutta l’umanità sarà attratta dal Cristo che, sulla Croce, è già il Signore. Ma qual è la forza in grado di attrarre ogni uomo? È quella della bellezza del volto di Dio, che in Gesù crocifisso mostra tutta la profondità e la forza dell’amore, ma al contempo anche la sua scandalosa debolezza. Soltanto ciò che è vero non ha bisogno di imporsi per essere accolto. Queste le parole di un “Greco” più vicino ai nostri giorni: «Credo che nonostante la palese assurdità, la vita abbia nondimeno un senso. Ciò che la vita da me richiede voglio cercare di realizzarlo, anche se è cosa che va contro le mode e le leggi consuete. Questa fede non si può impartire per comando, né alcuno vi può costringere se stesso: è dato solo viverla» (Herman Hesse).

IV DOMENICA DI QUARESIMA (GV 3,14-21)

Parrocchia San Matteo - ???????? ???????????????????????????? ???????????????????? ???????????????????????????????? +  Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21) In quel tempo, Gesù disse a  Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che

LA CROCE E LA GLORIA

            “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Inizia così la pagina evangelica della IV domenica di Quaresima, che narra un passaggio relativo all’incontro notturno di Gesù con Nicodemo. Ora, quando Giovanni scrive il suo vangelo, la morte di Gesù non è più vista come un dramma ed una sconfitta; essa, infatti, è considerata soprattutto come “elevazione”: è sollevamento da terra per sedere sul legno della croce (crocifissione), ma è anche elevazione alla gloria (glorificazione) e ritorno al Padre.

      In tal senso la croce non ha più l’aspetto di umiliazione e di sconfitta, ma diventa segno della sovranità regale di Gesù, il trono dal quale domina con la potenza del suo amore e del suo perdono. È quanto annunciava la profezia di Isaia sul Servo sofferente: “costui sarà innalzato e pienamente glorificato”; con la differenza che quest’ultimo viene innalzato e glorificato dopo la morte (Is 52,13), mentre per Giovanni il Gesù crocifisso è il Gesù glorificato.

      Per la mentalità umana e giudaica, svincolare la “croce” dal giudizio di maledizione e di impotenza è impossibile con le proprie forze, sia per un grande maestro quale Nicodemo, come pure per un semplice credente giudaico ed anche cristiano. Gesù cerca di introdurre Nicodemo e noi in questo grande mistero mediante una prefigurazione presente nell’Antico Testamento e ben conosciuta anche nella fede popolare: il popolo ebraico nel deserto doveva alzare lo sguardo verso il serpente di bronzo sollevato da terra, per essere liberato dalla morte (cf. Nm 21,4-9), così con l’inizio del tempo finale bisognerà alzare lo sguardo verso l’Ucciso per venire liberati dalla morte ed entrare nella pienezza della vita.

      Gesù dice che “bisogna” che il Figlio dell’uomo sia innalzato. Questo “bisogna” esprime il piano di amore del Padre che dona il suo Figlio totalmente e senza riserve fino ad accettare la sua morte, negativa risposta umana all’amore infinito di Dio e del Figlio. La sapienza di Dio passa attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà; accetta le sofferenze, il ripudio e l’uccisione; e proprio così vince il male fatto dalla sapienza dell’uomo, che ricerca l’avere, il potere e l’apparire, provocando la morte propria e altrui.

            In genere nella croce noi vediamo soltanto la sofferenza, l’umiliazione, la morte, ma difficilmente sappiamo vedervi il segno e la prova suprema dell’amore immenso del Signore per noi e, di conseguenza, la via attraverso la quale soltanto si può giungere alla glorificazione, alla salvezza, alla vita eterna. Scrive Madre Teresa: «Guarda la Croce: vi vedrai la testa di Cristo inclinata per baciarti, le sue braccia distese per abbracciarti, il suo Cuore aperto per racchiuderti nel suo amore. Sapendo che la Croce di Cristo rappresenta il suo più grande amore per te e per me, accettiamola in tutto ciò che egli desidera mandarci… Ricorda, poi, che la Passione di Cristo si conclude sempre con la gioia della risurrezione: quando perciò provi nel tuo cuore le sofferenze di Cristo, ricorda che deve venire la risurrezione, deve albeggiare la gioia della Pasqua. Non devi mai permettere a nessuna cosa di colmarti così di dolore da farti dimenticare la gioia del Cristo Risorto».

 

III DOMENICA DI QUARESIMA (GV 2,13-25)

 

Lo zelo per la nostra famiglia - Punto Famiglia

IL TEMPIO DEL CROCIFISSO RISORTO

            È un segno strano quello che indica Gesù, in risposta ai Giudei che lo sfidano, nel vangelo di questa terza domenica di Quaresima: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. E infatti quei Giudei non capiscono, pensano ad un segno di distruzione, inutile e dannoso.  Ma - il vangelo lo dice - Gesù ha in mente un altro tempio, quello del suo corpo. Come capita spesso nel quarto vangelo gli ascoltatori fraintendono le parole di Gesù, in quanto non pensano al tempio escatologico, ma a una ricostruzione materiale del tempio storico, dopo una sua eventuale distruzione, e si meravigliano che ciò possa avvenire nel breve periodo di tre giorni.

            Era grandioso il tempio di Erode, come ancora prima quello di Salomone: segno perenne (così si sperava) di una impensabile vicinanza di Dio all’uomo, luogo di preghiera, di espiazione, di festa e di incontro, di unità del popolo. Eppure, anche quel tempio non basta più, e Dio si è mosso altrimenti per mostrare la sua dedizione. Ed effettivamente nell’anno 70 esso sarà raso al suolo dall’esercito di Tito. Se il giudaismo dell’epoca ha pensato di riconoscere e di fissare la presenza di Dio nel dono inalienabile della Legge e in particolare nello studio della Legge, giudicato talvolta superiore alla stessa preghiera, per i cristiani, i quali, dopo la morte di Gesù, avevano continuato a frequentare assiduamente il tempio per la preghiera, è il Signore crocifisso e risorto il vero “Tempio”. Il vangelo suggerisce cioè che ora la nuova «casa del Padre», il luogo dell’incontro con Dio, sia piuttosto da cercare in quel corpo donato, che contempleremo in croce come agnello immolato, a cui «non sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,36).

      Gesù è dunque il vero segno della presenza di Dio nel mondo, non in opposizione al vecchio tempio, che sarà distrutto per il peccato dei suoi frequentatori, ma come adempimento della promessa di Dio. 

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