Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XII Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

Marco 4, 35-41: "Il Dio con noi...". (Commento di don Franco Mastrolonardo)  - Preghiere in Audio

Il racconto della tempesta sedata è la manifestazione di Gesù liberatore. L’esercizio di un potere sul mare è, nel Primo Testamento, una delle immagini principali associate al «Dio liberatore». Il rapporto è evidente. L’episodio della tempesta sedata è un miracolo della manifestazione del mistero di Dio che è presente in Gesù. Attraverso Gesù, Dio opera la liberazione, e la opera come liberazione potente.

I diversi elementi del brano hanno un valore simbolico: il viaggio in barca è uno dei grandi simboli della vita. Il mare è figurativo degli ostacoli: attraversandolo, l’uomo s’imbatte nell’impedimento per antonomasia. Nella mitologia babilonese, non a caso, il mare è rappresentato come mostro. Nei salmi è spesso presente, invece, l’immagine di Dio che ne tiene a bada la forza, che ne custodisce le acque affinché non superino il limite che è stato loro fissato. La piccola barca che si muove in mezzo alle onde, e le onde che la riempiono fino quasi a riempirla, richiamano con immediatezza espressiva la condizione del limite umano di fronte alla grandezza delle forze del mondo. Gli Ebrei non sono un popolo di navigatori, [come i vicini Filistei]. Non hanno dimestichezza con il mare.

Il mondo è evidentemente più grande di noi: c’era da prima della nostra esistenza e probabilmente continuerà dopo di noi. I suoi elementi sfuggono al nostro controllo, non si lasciano dominare alle nostre attese. È, appunto, l’immagine evocata da quella piccola barca che appare in balia delle onde: è l’unico luogo di sicurezza nell’insicurezza costitutiva rappresentata dal mare, secondo la tradizione biblica.

Mentre la burrasca imperversa, Gesù è a bordo della barca, a poppa, e dorme. Appare ai presenti (e ai lettori) inspiegabilmente impassibile. È questo contrasto che mette in movimento la dinamica del brano e che stimola quella della nostra fede. È una tensione nota, per esperienza, ad ognuno di noi: il silenzio di Dio esattamente quando avremmo bisogno che parlasse ed intervenisse, che si facesse vedere e sentire.

«Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?», recita in apertura il Salmo 10. È l’assenza di Dio. Il non intervento di Gesù, nel nostro brano. I discepoli vivono l’urgenza di destarlo: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?», lo interrogano inquieti. La narrazione prosegue: «Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”».

Il brano è costruito su questo movimento tra paura e fede: la paura del mare – la tempesta, le onde, la morte – e la fiducia in quella presenza che c’è, ma appare non operante.

XI Domenica del Tempo Ordinario

Mc 4,26-34. Il granello della senape | Cronache da Eliopolis

Gesù, dopo aver messo in crisi la religiosità dei benpensanti, come i suoi parenti e gli scribi, in qualità di maestro “siede” sulla cattedra-barca e insegna chiedendo un ascolto attivo per penetrare il “mistero del Regno di Dio”. Siamo sul mare, cioè nello spazio quotidiano dove Gesù sta tessendo i legami della nuova famiglia: qui ha chiamato i discepoli e qui sviluppa la sua relazione confidenziale con loro.

            Quanto al tema principale di queste due brevi parabole, qui Gesù non tanto annuncia il contenuto dell’evangelo quanto piuttosto riflette sui successi e gli insuccessi a cui l’evangelo va incontro. Ma c’è un tema ancora più profondo e originario che consiste nell’annuncio che ci sarà un raccolto, nonostante tutto: a dispetto di ogni insuccesso, o resistenza, o umiltà di inizi, l’ora di Dio viene e con essa un raccolto abbondante, oltre ogni immaginazione, e soprattutto oltre ogni disperazione.

            Il regno di Dio – ricorda Gesù nella prima parabola – non è mai il prodotto degli sforzi umani, ma di una Parola seminata al cuore del mondo che germoglia misteriosamente. Certo, la fecondità conosce tempi lunghi. La parabola del granello di senape rivela poi le proporzioni del Regno. Malgrado un inizio inconsistente e insignificante, questa Parola finirà per riportare un successo insperato, salvifico per molti. Una sola condizione a questa crescita misteriosa e insperata: che il seme sia gettato a terra e che sia un seme buono, senza scoraggiarsi o cedere alla tentazione di manipolarne e accelerarne la crescita con mezzi anti-evangelici (violenza, menzogna…).

            Siamo dunque chiamati a vivere in modo privilegiato l’incontro con l’azione di un Altro che opera nell’umana impotenza, e a ricevere valore non da quello che siamo o facciamo, ma dal dono di una gratuità che sempre ci precede. È questo l’autentico straordinario che colma, superandole, tutte le attese del cuore umano.

X Domenica del Tempo Ordinario

Le Letture e i canti di domenica 9 giugno 2024 – X Domenica del Tempo  Ordinario (Anno B) - Le Famiglie della Visitazione

Una lettura attenta e approfondita brano evangelico, l’unico in tutto il vangelo di Marco in cui si parla della Madre di Gesù, fa intuire che qui si dice qualcosa di essenziale non solo per quanto riguarda il mistero di Cristo bensì anche per quanto riguarda il mistero della madre. A tal scopo l'evangelista sembra in primo luogo voler porre chiaramente un principio – il primato dell'obbedienza a Dio attraverso l’accoglienza di Cristo - che vale per tutti, anche per la madre.

Il vangelo di Marco, letto come un cammino catecumenale alla ricerca dell’identità profonda di Gesù, sottolinea la necessità di decidere se “stare con lui” (3,14) o contro di lui. Se da un lato vediamo una comunità radunarsi attorno a lui, dall’altro l’evangelista sottolinea una distanza, una crescita di incomprensione dei più tra i quali vengono posti anche i suoi parenti.

Costoro giungono da Nazaret a Cafarnao perché vogliono incontrare Gesù. Il motivo non è detto ma possiamo intuire che forse si tratta di una richiesta di prudenza, di ripensamento vista la piega che stanno prendendo gli avvenimenti, oppure del desiderio di ricevere un ruolo emergente all’interno del gruppo dei suoi seguaci nel caso egli avesse successo.

A differenza della folla che è in casa “seduta” attorno a Gesù, i suoi parenti non entrano, se ne stanno “fuori” (un avverbio ripetuto due volte) mandandolo a chiamare. Si tratta di un tocco magistrale con il quale l’evangelista non intende semplicemente esprimere una situazione spaziale, ma esistenziale. In tal senso i parenti sono realmente “fuori” dalla cerchia dei discepoli, addirittura pretendono che sia Gesù ad “uscire” verso di loro, a venir “fuori” per rientrare nell’orbita del clan.

Ma Gesù appartiene totalmente al Regno e alla sua missione e in base a ciò egli non acconsente ad alcuna pretesa nei suoi confronti da parte di nessuno. È pienamente libero. Se questa comunità “seduta attorno a Lui”, icona della Chiesa, è la nuova famiglia che Gesù ormai riconosce come sua di fronte a quella che “fuori” lo cerca sulla base di legami di sangue, con la sua risposta provoca i suoi familiari ad una scelta nei suoi confronti. Li provoca ad un oltre che sia disposto ad accogliere una realtà che va al di là e più in profondità della stessa parentela.

Anche a loro è rivolto il vangelo che Gesù proclama a tutti: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». E a tale domanda, Gesù per primo risponde con un semplice gesto: «girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno». Con tale sguardo egli rileva tutta la dignità e la distinzione della nuova famiglia da quella segnata solo dai legami di sangue: con quello sguardo Gesù si identifica in certo qual modo con coloro che sono seduti ai suoi piedi per ascoltare la sua parola.

Questa contrapposizione serve a mettere in risalto la caratteristica della "nuova" parentela non certo per disprezzare la prima. La condizione per far parte della nuova famiglia di Gesù di Nazaret è chiara: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Corpus Domini

Gesù dona a noi la sua vita

La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.

            Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.

            Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

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