

ARTICOLO DEL SITO: SETTIMANANEWS
«La storia della deportazione e dei campi di concentramento non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: ne rappresenta il fondamento condotto all’estremo, oltre ogni limite della legge morale che è incisa nella coscienza umana». Con queste parole, un sopravvissuto all’inferno di Auschwitz, Primo Levi, scolpiva, nel 1973, il giudizio sulle radici e sulle responsabilità prime dello sterminio organizzato e programmato ai danni di donne e uomini definiti di razze inferiori, il più grave compiuto nella storia dell’umanità.
Il più abominevole dei crimini, per gravità e per dimensione – il genocidio di milioni di persone innocenti – commesso a metà dello scorso secolo nel cuore della civile Europa, dove già da molto tempo gli ideali di libertà, di rispetto dei diritti dell’uomo, di tolleranza, di fratellanza, di democrazia si erano diffusi, e venivano proclamati e largamente praticati.
Il senso di incredulità registrato di fronte a quanto accaduto in quegli anni sventurati, accanto al pudore dei sopravvissuti, rinchiusisi, in un primo momento, nel silenzio, traeva la sua origine anche da una concezione ottimistica della Storia e della natura dell’uomo.
L’uomo del Novecento – immerso nel tempo della ragione, della fiducia incondizionata nell’avanzamento della scienza, della cultura, della tecnica – mai avrebbe pensato di trovarsi di fronte a un tornante così tragico; mai avrebbe concepito la possibilità di una simile regressione: mentre si confidava – come veniva conclamato – in un’alba radiosa per l’umanità, si trovò improvvisamente precipitato nelle tenebre più fitte.
Auschwitz spalancava – e spalanca tuttora – i suoi cancelli su un abisso oltre ogni immaginazione. Un orrore assoluto, senza precedenti – cui null’altro può essere parificato – ideato e realizzato in nome di ideologie fondate sul mito della razza, dell’odio, del fanatismo, della prevaricazione. Un orrore che sembrava inconcepibile tanto era lontano dai sentimenti che normalmente si attribuiscono al genere umano.
Eppure Auschwitz e tutto il meccanismo di sterminio – che ha inghiottito milioni di ebrei, e anche appartenenti al popolo Romanì, omosessuali, dissidenti, disabili, testimoni di Geova – sono stati concepiti e realizzati da menti umane. Menti che, per quanto perverse, hanno sedotto, attratto e spinto alla complicità centinaia di migliaia di persone, trasformate in «volenterosi carnefici» secondo la lucida definizione di Daniel Goldhagen.
Eppure le ideologie di superiorità razziale, la religione della morte e della guerra, il nazionalismo predatorio, la supremazia dello Stato, del partito, sul diritto inviolabile di ogni persona, il culto della personalità e del capo, sono stati virus micidiali, prodotti dall’uomo, virus che si sono diffusi rapidamente, contagiando gran parte d’Europa, scatenando istinti barbari e precipitando il mondo intero dentro una guerra funesta e rovinosa.
«Siamo uomini – ammoniva ancora Primo Levi – apparteniamo alla stessa famiglia umana a cui appartennero i nostri carnefici», dimostrando «per tutti i secoli a venire quali insospettate riserve di ferocia e di pazzia giacciano latenti nell’uomo dopo millenni di vita civile».
Nel buio più fitto, nella lunga e oscura notte dell’umanità, prendendo a prestito un’immagine di Elie Wiesel, tante piccole fiammelle hanno indicato una strada diversa dall’odio e dalla oppressione.
Sono stati i «Giusti», secondo una terminologia cara al popolo ebraico perseguitato. Persone che, per motivazioni diverse, hanno rischiato la propria vita e talvolta l’hanno perduta per mettere in salvo cittadini ebrei dalla furia omicida nazifascista. Un lungo elenco di nomi, quasi ottocento – come abbiamo ascoltato – quelli finora accertati in Italia, una costellazione di luci e di speranza che continua a rassicurare sul destino dell’umanità.
Persone tra le più disparate: donne e uomini, laici e religiosi, partigiani, appartenenti alle forze dell’ordine, funzionari dello Stato, intellettuali, contadini. Accomunati dal coraggio, dalla rivolta contro la crudeltà, dal senso di umanità.
C’è chi ha nascosto e protetto, chi ha falsificato documenti e liste, chi ha aiutato a espatriare. Migliaia di gesti, grandi e piccoli, di ribellione contro il conformismo e contro l’ideologia imperante.
Abbiamo ricordato quest’oggi qualche nome: da Giorgio Perlasca a Gino Bartali e gli altri che, nel video e nelle letture, sono stati riproposti alla nostra riconoscenza. Desidero citarne alcuni altri che hanno condiviso il tragico destino della deportazione delle persone che hanno tentato di salvare.
Odoardo Focherini, amministratore del giornale cattolico Avvenire d’Italia; Torquato Fraccon, partigiano, morto a Dachau insieme al figlio; il domenicano padre Giuseppe Girotti; Calogero Marrone, capo ufficio anagrafe del comune di Varese, Giovanni Palatucci, reggente della questura di Fiume; Andrea Schivo, agente di custodia nel carcere San Vittore di Milano. Scoperti e arrestati dai nazifascisti hanno concluso la vita nei lager tedeschi.
Di fronte alla barbarie, di fronte all’ingiustizia, tutte queste persone non hanno girato la testa, non hanno volto lo sguardo altrove. Hanno sconfitto, innanzitutto dentro loro stessi, la paura, l’inerzia complice, l’indifferenza che, come ci ricorda spesso Liliana Segre – cui rivolgo un pensiero affettuoso a ottant’anni della sua deportazione – è la più perniciosa delle colpe.
I «Giusti» hanno dimostrato, a rischio della propria vita e di quella delle loro famiglie, che il senso di umanità, se rettamente coltivato, resiste in ogni condizione e supera persino i confini del tempo e della morte. Ci hanno insegnato, anche di fronte a tragedie immani, il valore salvifico dei gesti di coraggiosa solidarietà. Perché, per ripetere anch’io questa mattina il celebre detto del Talmud, «chi salva una vita salva il mondo intero».
L’esempio dei Giusti rischiara la nostra via e il nostro percorso. E consente di ritessere quella trama di fiducia nel genere umano che con la costruzione dei campi di sterminio sembrava per sempre distrutta. Tuttavia, di fronte a questi esempi di altruismo, di coraggio, di abnegazione, risaltano ancor di più i crimini commessi da altri uomini e altre donne, in nome di regimi dittatoriali e brutali.
Celebrare doverosamente i Giusti non deve far dimenticare i tanti, troppi ingiusti: i pavidi, i delatori per denaro, per invidia o per conformismo; i cacciatori di ebrei; gli assassini; gli ideologi del razzismo.
Non c’è torto maggiore che si possa commettere nei confronti della memoria delle vittime che annegare in un calderone indistinto le responsabilità o compiere superficiali operazioni di negazione o di riduzione delle colpe, personali o collettive.
Non si deve mai dimenticare che il nostro Paese, l’Italia, adottò durante il fascismo – in un clima di complessiva indifferenza – le ignobili leggi razziste: il capitolo iniziale del terribile libro dello sterminio; e che gli appartenenti alla Repubblica di Salò collaborarono attivamente alla cattura, alla deportazione e persino alle stragi degli ebrei.
Un portato inestinguibile di dolore, di sangue, di morte sul quale mai dovremo far calare il velo del silenzio. I morti di Auschwitz, dispersi nel vento, ci ammoniscono continuamente: il cammino dell’uomo procede su strade accidentate e rischiose.
Lo manifesta anche il ritorno, nel mondo, di pericolose fattispecie di antisemitismo: del pregiudizio che ricalca antichi stereotipi antiebraici, potenziato da social media senza controllo e senza pudore.
La nostra Costituzione dispone con chiarezza: tutti i cittadini sono portatori degli stessi diritti.
La presenza ebraica è stata fondamentale per lo sviluppo dell’Italia moderna e nella formazione della Repubblica. Le comunità ebraiche italiane sanno che l’Italia è la loro casa e che la Repubblica, di cui sono parte integrante, non tollererà, in alcun modo, minacce, intimidazioni e prepotenze nei loro confronti.
Anche ai nostri giorni, la ruota della storia sembra talvolta smarrire la sua strada, portando l’umanità indietro, a tempi e stagioni che mai avremmo pensato di dover rivivere.
Le conquiste della pace e delle libertà democratiche sono esaltanti e vanno salvaguardate di fronte a risorgenti tentazioni di risolvere le controversie attraverso il ricorso alla guerra, alla violenza, alla sopraffazione. Parole d’ordine, gesti di odio e di terrore sembrano di nuovo affascinare e attrarre, nel nostro Continente ma anche altrove.
Su questo occorrerebbe compiere un’approfondita riflessione: indagando le motivazioni che spingono numerose persone a coltivare in modo inaccettabile simboli e tradizioni di ideologie nefaste e minacciose, che hanno portato all’umanità soltanto dolore, distruzione, morte.
Va richiamata, a questo riguardo, l’importanza decisiva della cultura, dell’istruzione. Di quanto – ad esempio – sono preziose le collaborazioni di studio e ricerca tra le Università, sempre positive; sempre fonte di avanzamento di civiltà, al di sopra di ogni frontiera. Sempre affermazione del carattere della cultura, che unisce e non può separare.
Il fanatismo, religioso o nazionalista, che, mosso da antistoriche e disumane motivazioni, non tollera non soltanto il diritto ma neppure la presenza dell’altro, del diverso, ritiene di poter imporre la sua visione con la forza, la guerra e la violenza, violando i principi fondamentali del diritto internazionale e della civiltà umana.
Siamo di fronte a un nuovo «crinale apocalittico» per usare un’espressione cara a Giorgio La Pira. In alcune zone del mondo, in un’epoca così travagliata come la nostra, sembra divenuta impossibile non soltanto la convivenza, ma persino la vicinanza.
Assistiamo, nel mondo – ripeto –, a un ritorno di antisemitismo che ha assunto, recentemente, la forma della indicibile, feroce strage antisemita di innocenti nell’aggressione di terrorismo che, in quella pagina di vergogna per l’umanità, avvenuta il 7 ottobre, non ha risparmiato nemmeno ragazzi, bambini, persino neonati. Immagine di una raccapricciante replica degli orrori della Shoah.
Siamo convinti che i giacimenti di odio siano stati ingigantiti da parole e atti spietati, persino blasfemi. Il sogno di una pace, sancita dal reciproco riconoscimento e rispetto delle tre religioni monoteiste figlie di Abramo, appare lontano – forse come non è mai stato in tempi recenti – ma rimane l’orizzonte di un riscatto di questa parte del mondo, e non soltanto di questa.
Guardiamo a Israele come Paese a noi vicino e pienamente amico, oggi e in futuro, per condivisione di storia e di valori. Siamo e saremo sempre impegnati per la sua sicurezza.
Sentiamo crescere in noi, di giorno in giorno, l’angoscia per gli ostaggi nelle mani crudeli di Hamas.
L’angoscia sorge anche per le numerose vittime tra la popolazione civile palestinese nella striscia di Gaza.
Anzitutto per l’irrinunziabile rispetto dei diritti umani di ciascuno, ovunque. E anche perché una reazione con così drammatiche conseguenze sui civili, rischia di far sorgere nuove leve di risentimenti e di odio.
Può accrescere gli ostacoli per il raggiungimento di una soluzione capace di assicurare pace e prosperità in quella regione, così centrale nella storia dell’umanità e così martoriata.
Coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo dalla terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato.
Ci ostiniamo a rimanere fiduciosi nel futuro dell’umanità. Nella convinzione profonda che un futuro intriso di intolleranza, di guerra e di violenza, non sia il desiderio iscritto nelle coscienze delle donne e degli uomini.
I Giusti, con il loro coraggio, con la loro speranza e il loro sacrificio ci indicano la direzione e ci esortano ad agire, con determinazione e a tutti i livelli, contro i predicatori di odio e contro i portatori di morte.
I Giusti italiani sono tra le radici migliori della nostra Repubblica. Per questo li celebriamo e li onoriamo, tutti insieme, come popolo italiano e come comunità, oggi, nel Giorno della Memoria.

C’è un “mal dire” quotidiano, sciatto, che avvelena il pensiero e i rapporti. Diciamo parole eccessive, acconsentiamo a giudizi distratti, ripetiamo pettegolezzi, qualche volta ci pentiamo. Ma l’invio è stato dato, i social rimbalzano all’infinito l’offesa o anche solo il sospetto, e il nostro tessuto di relazioni si strappa. Non è un destino, questo parlare male.
È possibile un “ben dire” che raccolga il nostro desiderio profondo di pace. Con la pace tutto è possibile, ripetiamocelo l’un l’altro in questi anni di guerra sciagurata nel cuore dell’Occidente che si dice cristiano e nella terra stessa in cui Gesù è nato. Questa piccola raccolta di riflessioni va a spigolare situazioni quotidiane in cui forse è possibile trovare uno sguardo più sereno sulle cose per abituarci a parole capaci di un presente amabile in cui vivere sia una bella storia condivisa.


Mi è stato suggerito di parlare di Michela Murgia, nonostante su di lei sia già stato speso un fiume di parole, perché posso farlo da credente e da teologa ma, soprattutto, da amica. Questo infatti siamo state intensamente. L’una per l’altra.
Un bellissimo libro che ho avuto modo di leggere quest’estate mi offre d’altra parte una chiave di lettura particolare per un evento – la morte di Michela e, in particolare, il suo congedo con un funerale tanto religioso da essere politico e tanto politico da essere religioso – di cui è stato detto tutto il male possibile da chi non l’ha conosciuta né c’era e che resta invece impresso nella mente e nel cuore di chi c’era come un momento alto di fede in Dio e negli «uomini che egli ama» (Lc 2,14). Comprese, magari, anche le donne!
Lo ha scritto con grande efficacia Antonio Autiero su La Stampa del 15 agosto: quando le parole della liturgia e il racconto della vita, sia pure in modo ancora un po’ incerto e goffo forse, si snodano le une accanto alle altre e si intrecciano le une alle altre, il popolo piange e dice amen perché si crea la comunità di coloro che sentono di essere lì perché sono stati «convocati»: dalla vita e dal Dio della vita.
Del resto, nel libro della legge di Mosè che viene proclamata da Esdra, sacerdote e scriba, a coloro che erano tornati dalla deportazione non ci sono certo scritti solo i dieci comandamenti, possibilmente nella versione del Catechismo di Pio X come alcuni similcredenti analfabeti biblici pretendono, ma si tratta piuttosto, come ritengono alcuni studiosi, del Pentateuco attuale dove sono raccolte, accanto a tante norme, anche tante storie, più o meno mitiche e, soprattutto, più o meno edificanti e tante aspirazioni intramontabili. Ed è a tutto questo grande racconto che il popolo dice «amen» piangendo (Ne 8,1-8).
Un libro – dicevo – ha ispirato queste righe, Immortali per caso. Uomini diventati divini senza volerlo (Bollati Boringhieri 2023), in cui la storica Anna Della Subin analizza con competenza e acume critico il fenomeno dell’apoteosi, quella pratica conosciuta da tutte le diverse culture più antiche ma che ha visto un enorme incremento, in età moderna, cioè da quando Cristoforo Colombo sbarcò nel Nuovo Mondo, perché mai come in età moderna e contemporanea il pianeta ha visto la nascita di tante divinità involontarie.
«Il dio accidentale infesta la modernità», afferma Subin, e ci conduce dentro la ricostruzione di queste pratiche ascensionali attraverso cui «Lui – perché è sempre un lui – avanza sconcertato fin nel XXI secolo, inseguendo un’autorità secolare e ritrovandosi invece sacralizzato. Appare in ogni continente della mappa, in tempi di invasione coloniale, lotta nazionalista e agitazione politica» (p. 17).
D’altra parte, lo hanno detto alla radio solo pochi giorni fa che i fan di Andy Warhol dal 1987 portano ogni anno sulla sua tomba barattoli di zuppa Campbell, per non parlare di quanto succede, ormai da 46 anni, nell’anniversario della morte di Elvis Presley. Ma Subin parla addirittura di un certo culto fiorito intorno alla figura di Filippo di Edinburgo.
Non entro nei percorsi complessi attraverso cui un gruppo umano costruisce le proprie apoteosi. Né, tanto meno, nella questione altrettanto complessa del processo di apoteosi che ha portato Gesù di Nazaret a essere colui che siede alla destra del Padre e verrà nell’ultimo giorno a giudicare vivi e morti.
I teologi sanno molto bene che l’intreccio tra evocazioni tratte dalle religioni antiche, elaborazioni teologiche del tutto originali, massicce implicazioni politiche e ricadute etiche ha concorso a fare di quell’apoteosi del profeta di Galilea il momento originante di una fede che è riuscita ad attraversare epoche e culture in modo singolarmente differente da altre apoteosi religiose. Né è stata condannata all’oblio, ma anzi continua ad intercettare aspirazioni alla salvezza, aspettative di giustizia, inesauribili risorse di amore fraterno.
Mi interessa riflettere invece sulla necessità che il funerale di Michela Murgia ha fatto emergere con forza e mostrato in tutta evidenza. La necessità di riconoscersi in un personaggio, in un percorso umano molto singolare ma, al contempo, di pubblica proprietà perché tutti hanno potuto attingere a quello che era, pensava, diceva e scriveva, a una figura che ha riscattato la politica sia civile che religiosa in un momento in cui essa, ormai incagliata nelle secche non solo economiche, ma soprattutto progettuali, è incapace di riforme ed ha tradito ogni anelito collettivo ed eroso ogni speranza. E di riconoscersi, finalmente, in una donna!
Non si tratta né di esaltazione né di alienazione. Anzi. Se il New York Times ha dedicato alla scrittrice i cui libri sono stati tradotti nelle più svariate lingue del mondo la sua prima pagina mentre nel piccolo mondo di un’Italietta litigiosa le vengono quotidianamente lanciate palate di insulti, questo dice poco su di lei, molto su di noi.
Dice molto su questo atteggiamento – non me la sento di chiamarla cultura – che si spaventa di fronte all’originalità di un pensiero, alla provocatorietà di una critica, al coraggio di un’indicazione di percorso, soprattutto se essi impongono di andare oltre qualsiasi status quo, ingiusto per statuto storico, verso una realtà un po’ più giusta e più bella per gli esclusi dai banchetti della vita.
Un atteggiamento che viene da lontano, ma che fa ormai letteralmente implodere i social e incide in modo preoccupante sulla costruzione di un comune orizzonte di senso e di un condiviso sentire democratico. E che non va confuso con la diversità delle opinioni, la dialettica delle argomentazioni o il confronto delle convinzioni perché è radicato solo nella paura di perdere i propri privilegi.
Nessuno in quella Chiesa degli artisti o fuori di essa, fosse o meno credente, ha pensato per un attimo che Michela non fosse, come tutti gli umani, carica di contraddizioni, capace di ingenerare, a seconda dei momenti e delle situazioni, sia empatia che antipatia, oppure che le sue parole non fossero tanto graffianti che lenitive.
Nessuno l’ha «divinizzata» perché la sua apoteosi raccontava di noi, prima ancora che di lei. Del nostro desiderio che qualcuno ogni tanto ci presti pensieri e parole per volare alto, del nostro bisogno di non perdere la fiducia nel genere umano e nella sua storia, della necessità di voci che indichino la strada e di profezie che segnino i cammini.
Quel silenzio commosso che ha «fatto compagnia» alla bara per più di mezz’ora prima che iniziasse la celebrazione, quella partecipazione nelle risposte e nei canti divenuta ormai merce rara nelle nostre liturgie funebri, quella piazza capace di restare muta, ma anche di far sentire la propria partecipazione a un rito da cui era stata purtroppo esclusa esplodendo in interminabili applausi hanno scritto una pagina della riflessione spirituale di Michela Murgia che conosceva troppo bene la Bibbia per non sapere che teologia e liturgia sono espressioni politiche. E non ne aveva paura.
Un’amica mi ha inviato una poesia del poeta giapponese Matsuo Bashò che, in soli tre versi, dice tutta la mia gratitudine per averla avuta come amica e il mio dolore per averla persa:
«L’allodola canta per tutto il giorno
e il giorno non è lungo abbastanza».
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