Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

“La lampada del corpo è l’occhio”

 “La lampada del corpo è l’occhio”

Per una speranza “rigenerante”

“La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Questo detto di Gesù è racchiuso dal vangelo di Matteo tra altri due, divenuti quasi proverbiali: “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (v. 21); e “non potete servire Dio e la ricchezza” (v. 24). Gesù invita così alla trasparenza del cuore e alla semplicità dello sguardo, che deve trasmettere luminosità, semplicità, libertà dal possesso dei beni e delle persone, quello che lui chiama “occhio cattivo”.

Le mascherine che indossiamo ormai da parecchi mesi, e che ci faranno compagnia ancora per molto tempo, coprono la bocca e il naso, ma lasciano liberi gli occhi. Gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, i parenti che visitano i loro familiari anziani nelle strutture e nelle case, e tutti coloro che devono rivestirsi di tute protettive su tutto il corpo, mani e testa comprese, mantengono però lo sguardo libero, benché tutelato da una visiera. Stiamo imparando a concentrare sugli occhi la nostra capacità comunicativa.

Del resto lo sguardo, fin dall’inizio della nostra vita, è il primo mezzo di relazione: mamma, papà, nonni, fratelli, ci hanno parlato con gli occhi, prima che noi potessimo comprendere il suono della loro voce; e sentivamo bene se da quegli sguardi partiva approvazione o rimprovero, tenerezza o severità, indifferenza o affetto. Gli occhi parlano più chiaramente della bocca. Per Gesù, addirittura, il grado di lucentezza dell’occhio rivela la luminosità o meno dell’intero corpo, cioè di tutta la persona. Lo sguardo minaccioso incute paura, quello dolce trasmette accoglienza; gli occhi accigliati esprimono preoccupazione o disapprovazione, quelli lacrimosi attirano comprensione o lanciano un grido di aiuto. Il linguaggio degli occhi tocca tutte le corde del cuore.

La crisi: causa e svelamento di sofferenza e generosità

Nessuno avrebbe pensato, il giorno di San Geminiano di un anno fa, di essere alla vigilia di una pandemia così drammatica. Dalla seconda metà di febbraio 2020 l’intera umanità sta vivendo la crisi più acuta degli ultimi decenni, inferiore solo alle due guerre mondiali che hanno devastato il secolo scorso: stiamo superando la soglia dei cento milioni di contagiati e ci avviciniamo ai due milioni e mezzo di morti per o con il covid. Questa crisi da una parte causa e dall’altra svela tante sofferenze. Prima di tutto le causa: una generazione di anziani, quella che ha speso tante energie per la ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale, è profondamente ferita e in parte scomparsa; e non solo per covid, ma anche per altre malattie gravi rese letali dal contagio o inevitabilmente trascurate; la pandemia sparge paure e rabbia, specialmente nelle persone più fragili ed esposte; innesca processi di indebolimento sociale, rendendo precaria l’occupazione; crea un clima generale di distanziamento non solo fisico, ma anche psico-affettivo; acuisce alcune tensioni nel confronto sociale e politico.

Il covid però, non solo causa, ma anche svela tante sofferenze: mette in luce il dramma di una diffusa solitudine; solleva il coperchio sulle disparità economiche, con sacche di povertà crescenti anche tra gli italiani; evidenzia l’incertezza che colpisce i giovani; e, allargando lo sguardo, svela – per chi non se ne fosse accorto – come il mondo sia da sempre, come lo era prima e lo sarà dopo, afflitto da povertà, paure, violenze, epidemie, guerre, diseguaglianze, inquinamento.

Ma la crisi sanitaria che stiamo vivendo causa e svela soprattutto tanta generosità, un mare di bene. La causa: mette in moto la creatività per essere vicini, nelle modalità permesse, a chi è più provato; incentiva alcune professioni e attività, legate specialmente al digitale, che sta mostrando anche il suo volto migliore; mette in campo l’eccezionale dedizione di medici, infermieri, operatori sanitari, psicologi, forze dell’ordine, docenti, enti ed istituzioni pubbliche e private, lavoratori nelle attività permesse, ministri delle comunità religiose, operatori della comunicazione e dei servizi. C’è chi ha notato come le persone più colpite, per numero di decessi dovuti al contagio, siano le cosiddette categorie vocazionali, ossia coloro che avvertono come missione la loro opera, a diretto contatto con la gente, negli ambiti dell’assistenza sanitaria e religiosa, nelle famiglie e tra le forze dell’ordine. Nella nostra diocesi hanno condiviso la morte di centinaia di persone anche due preti conosciuti, amati e cercati dalla gente: don Antenore Ternelli, cappellano del Policlinico, e don Marino Adani, superiore della comunità dei Paolini.

Anche chi scava nel terreno del bene scopre che la pandemia non solo causa, ma svela la realtà: le energie di chi più si spende, infatti, sono quelle che sempre vengono messe a servizio del bene comune, ma che solo nell’emergenza si manifestano agli occhi di tutti. Pare purtroppo che abbiamo bisogno delle crisi per puntare l’occhio sul bene, sulla generosità, su quella rete di solidarietà sempre presente, ma mai abbastanza apprezzata. Nei periodi in cui non si vive la crisi, prevalgono invece le cattive notizie, gli attacchi, le polemiche. Se lo scontro spesso fa rumore, l’incontro invece, che è la trama del bene, difficilmente fa notizia. Eppure rappresenta il tessuto di fondo della nostra civiltà.

Molte persone, vicine o lontane dall’esperienza cristiana, domandano ora alla Chiesa di mettere in luce le opportunità spirituali che la pandemia racchiude. La celebrazione serale di papa Francesco in una piazza San Pietro deserta e martellata dalla pioggia, il 27 marzo 2020, ha destato grande impressione in tutti ed è diventata il simbolo di una Chiesa vicina alle persone “sole” – incarnate dalla solitudine del Papa stesso – che anche nei momenti drammatici attinge all’energia del vangelo. Quella sera milioni di occhi, in tutto il mondo, si sono dati appuntamento a Roma e si sono sentiti rappresentati dal vicario di Pietro che pronunciava parole di speranza, le parole di vita eterna del Signore Gesù.

La crisi: emergenza e rigenerazione

Noi esseri umani, in realtà, viviamo nella crisi: sperimentiamo nel corso della nostra esistenza tante crisi quanti sono i passaggi e le esperienze forti; una famiglia, un gruppo sociale, una comunità cristiana, un partito politico, vivono momenti di crisi acuta, ma devono imparare anche ad abitare la crisi. Alcune crisi sono mondiali, cioè assumono consapevolezza e incidenza planetarie. Se, con un rapido sguardo, ci rivolgiamo anche solo ai primi vent’anni del millennio, individuiamo diverse crisi che hanno assunto valenza mondiale e non solo personale, locale o nazionale: il tragico attentato del 2001 alle Twin Towers di New York ha reso mondiale la crisi terroristica, accresciuto il senso di precarietà e le conseguenti misure di sicurezza a tutti i livelli. La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha travolto tante sicurezze e acuito le incertezze sugli investimenti e sui posti di lavoro. Le “primavere arabe”, dalla fine del 2010, hanno fatto esplodere la crisi migratoria, moltiplicando il numero di profughi e rifugiati. Nel 2015, grazie anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla conferenza di Parigi, il pianeta ha preso meglio coscienza della crisi ambientale. E nel 2020 è esplosa la pandemia. Gli anni indicati sono simbolici: infatti terrorismo, povertà, migrazioni forzate, problemi ambientali e sanitari esistono da sempre; ma ogni tanto assurgono a fenomeni mondiali. L’immagine che può rendere è quella del vulcano attivo: il magma bolle sempre sotto la sua bocca, ma solo di tanto in tanto esce: e l’eruzione, con lava e lapilli che impressionano, rende consapevoli come la situazione in realtà sia sempre critica.

Queste crisi mondiali non si succedono, ma si intrecciano e sovrappongono. La crisi attuale è certo più intensa di quelle precedenti e per la percezione, l’estensione e la profondità che riveste, riassume in un certo senso tutte le altre: risveglia il senso di precarietà del terrorismo, acuito dal fatto che il killer ora è invisibile; manifesta le disparità economiche, dato che alcuni hanno maggiori possibilità di prevenzione e cura rispetto ad altri; sembra connessa anche agli squilibri ambientali, all’abuso della natura e all’inquinamento.

Come trasformare la crisi in opportunità? L’etimologia ci può aiutare. “Crisi” è la traslitterazione del greco krisis, a sua volta derivato dal verbo krino: separare, distinguere, giudicare, valutare. La crisi, per riprendere il detto evangelico, ha dunque due occhi: uno cattivo e uno luminoso. Ha un occhio cattivo, perché implica separazione, rinuncia, sofferenza, abbandono di qualcosa o qualcuno. Ma l’altro occhio è luminoso, perché invita a ridefinire, discernere, progettare e perfino rinascere. Senza crisi non c’è rinnovamento, per quanto ogni crisi abbia i suoi costi. Si può osare una parola, presa dal vocabolario della speranza: la parola rigenerazione.

Per i cristiani il momento più drammatico della crisi è racchiuso negli eventi pasquali di Gesù: da una parte la morte orribile della croce e al sepolcro, vittima dell’occhio cattivo dei gestori del potere, che non sopportano la sua semplicità e luminosità; dall’altra la risurrezione e la gloria, “rigenerato” nel suo corpo, reso luminoso dal Padre, che lo accoglie nel regno come “primogenito dei morti” (Apoc 1,5; cf. Col 1,18 e 1 Cor 15,20), cioè il primo “rigenerato” attraverso la morte, aprendo anche a noi la stessa strada. La Quaresima e la Pasqua 2020, celebrate nel lockdown, erano segnate da un grande realismo: abbiamo ripercorso, giorno per giorno, i due volti della crisi: morte e risurrezione.

Spunti per una rigenerazione comunitaria

La nostra Chiesa cercherà di proseguire nell’opera di vicinanza alle persone, soprattutto a quelle già prima fragili e ulteriormente infragilite, con le quali il Signore si è misteriosamente identificato (cf. Mt 25,31-46). Continueremo ad attingere, consapevoli della nostra debolezza, alle sorgenti del vangelo, dei sacramenti e dei doni dello Spirito, che costituiscono per noi il grembo fecondo della rigenerazione. Cominciando da noi stessi, troppo spesso afflitti da sguardi miopi che non vedono più lontano del proprio orticello, da occhi invidiosi che spargono chiacchiere, da esternazioni presuntuose, che ritengono di giudicare tutto e tutti. Gesù domanda prima di tutto a noi, cattolici, di acquistare da lui il “collirio” per ungerci gli occhi e recuperare la vista (cf. Apoc 3,18); non so bene quale sia il composto chimico di questo collirio spirituale, ma il principio attivo deve essere l’umiltà, che apre lo sguardo all’amore, alla condivisione, alla prossimità. Senza umiltà è impossibile la rigenerazione. Grazie a Dio, nelle comunità cristiane prevalgono atteggiamenti di vicinanza e aiuto umile e concreto alle persone svantaggiate: e occorre proprio puntare su di loro, oggi più che mai. Sarà anche necessario recuperare un annuncio più incisivo, che parte dall’ascolto, per poter ridire con una forza nuova le verità eterne, interpellate dalla pandemia: la paternità di un Dio solidale, la speranza davanti alla morte, la risurrezione della carne, la possibilità di senso nel dolore. Queste sono le iniezioni di speranza, le cure i vaccini più efficaci, sulle quali la Chiesa cercherà di impegnarsi ancora di più. Non sono poche le persone che ora appaiono più disponibili, magari anche al di fuori dei canali istituzionali, ad esplorarsi interiormente, a dedicare tempo per aprirsi ad un annuncio spirituale e approfondire le ragioni della fede. Toccare con mano, e non solo sentire con le orecchie, che la creatura è vulnerabile – come l’erba dice la Bibbia (cf. Sal 103,15; Is 40,6) – aiuta a vincere il delirio di onnipotenza e ad affidarsi al Creatore e Salvatore.

Non sono certo in grado di esprimermi in maniera plausibile sulle altre comunità, nelle quali noi cristiani pure viviamo, ma che presentano dimensioni molto più ampie della Chiesa. Provo solo ad abbozzare una scaletta, con l’aiuto delle persone incontrate in questi mesi. Sarebbe bello se questa scaletta potesse offrire qualche spunto per alcuni incontri, nelle forme possibili, con le persone che hanno le mani in pasta nei diversi ambiti. È “proprio dei laici”, come insegna il Concilio Vaticano II, “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali” (Lumen Gentium, 31): troverei utile, quando possibile, ascoltare proprio i laici su questi ambiti, per trovare insieme le strade della rigenerazione. Sono certo che emergerebbero proposte per una interiorizzazione e ad una azione che favoriscono il cambiamento. Per usare il neologismo del vescovo Tonino Bello (+1993), ci potremmo aiutare ad essere contempl-attivi.

Il mondo della sanità è coinvolto in prima persona, nelle terapie delle persone colpite dal virus, nelle relazioni con i familiari, nella ricerca dei rimedi e nell’organizzazione della complessa degli interventi. La riconoscenza di tutti prosegue nell’effettiva partecipazione alle misure di prevenzione e di cura: dai dispositivi di protezione alla distanza fisica, dall’osservanza delle norme relative agli spostamenti all’igienizzazione, dall’isolamento in caso di contatti con persone contagiate fino al vaccino. I cristiani sono cittadini, e come tali collaborano al bene comune anche dal punto di vista sanitario.

Della guarigione fa parte anche la rigenerazione psico-affettiva, ancora più impegnativa di quella bio-fisica. Il covid agisce come frullatore di emozioni, sensazioni e sentimenti, staccando spesso la sfera affettiva da quella intellettiva. Paure e ansie lavorano più in profondità rispetto alla mente. E non sempre, date le restrizioni, la prossimità dei propri cari compensa la solitudine: vedersi sugli schermi e abbracciarsi di persona non sono la stessa cosa. Stanno soffrendo parecchio non solo gli anziani, ma anche i disabili, i ragazzi problematici e i giovani: così tante famiglie, pur non essendo magari colpite direttamente dal virus, vivono situazioni difficili al loro interno. Come hanno proposto i vescovi dell’Emilia Romagna, occorrerà agire per rigenerare le relazioni educative, proponendo momenti di recupero scolastico, oratoriale e sportivo in presenza, per rivitalizzare la socialità dei ragazzi. I giovani sono spesso trattati come oggetto di indagine; vanno piuttosto considerati come soggetto, e quasi risarciti, per i danni educativi, economici, ecologici e spirituali provocati spesso dagli adulti. Gli adolescenti poi hanno vitalmente bisogno di sentirsi accompagnati dagli adulti, mentre sono lasciati troppo spesso in balia di loro stessi, vittime persino del cyberbullismo e bombardati dalla pornografia e dal consumismo.

La rigenerazione economica – che sarà favorita dal “Fondo europeo per la ripresa” (Recovery Fund) stanziato nel luglio 2020 – non si potrà giocare sull’assistenzialismo, ma dovrà puntare sul rilancio dell’iniziativa a tutti i livelli: imprenditoria, startup, innovazione… Già da tempo, ben prima dello scoppio della pandemia, economisti ed esperti del lavoro segnalavano il declino inevitabile di alcune attività lavorative e incentivavano la sperimentazione di nuovi progetti e nuove modalità. Forse lo smart working, diffusosi a macchia d’olio nell’ultimo anno, ha attivato a sua volta dei meccanismi virtuosi prima latenti. Alcune ditte hanno creato dei sistemi di riconversione – assumendo personale e dimostrando tra l’altro che l’economia e la sostenibilità ambientale non sono in concorrenza; qualche grande azienda di commercio, legata al digitale, ha visto accrescere i propri bilanci. Ma non si può dimenticare il profondo disagio che famiglie, imprese e intere categorie di lavoratori stanno attraversando. La tradizione modenese, con i suoi modelli di imprenditoria e innovazione di livello nazionale e internazionale, potrà certamente offrire delle piste di ripresa utili anche per altre regioni.

L’aumento della povertà, registrato dagli osservatori e dagli operatori, incide a sua volta sul clima sociale. Se la cifra simbolica della prima ondata pandemica erano le strade deserte e le famiglie al balcone, quella della seconda ondata è piuttosto la gente accalcata senza mascherina e la rabbia esplosa in alcune piazze. I moti di ribellione, scoppiati anche nel nostro paese, sono segnali da prendere sul serio. La violenza pone sempre dalla parte del torto chi la pratica, ma deve essere decodificata. La rigenerazione sociale chiede senso di responsabilità da parte degli adulti, chiamati a testimoniare, come dice papa Francesco, che da questa crisi usciremo migliori se avremo il coraggio di passare dall’io al noi. Una società matura si vede anche dal grado di solidarietà che esprime: a cominciare, di nuovo, dagli ultimi.

La comunità politica è interpellata direttamente, fin dall’inizio della crisi, e non occupa certo una posizione invidiabile. La democrazia, che si regge sull’equilibrio dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, è messa alla prova. Non che la nostra democrazia sia in discussione; piuttosto sono gli assetti istituzionali a richiedere alcune verifiche, quando usciremo dall’emergenza. La Costituzione, di cui è garante il Presidente della Repubblica, ha costruito un sistema democratico che distribuisce compiti decisionali e operativi a tre grandi soggetti: il cittadino, lo Stato e i corpi intermedi. Tra la singola persona e gli organismi istituzionali, quindi, esiste una rete formata da gruppi sociali – famiglie, associazioni, comitati, sindacati, partiti, enti di volontariato e organizzazioni del terzo settore – che offrono un contributo di valori e opere essenziali al bene comune. L’impressione è che, per rigenerare la politica, e renderla più progettuale, occorra da parte delle istituzioni nazionali uno scambio più fluido con le istituzioni locali, specialmente con i sindaci, che hanno contatto diretto con i cittadini e i corpi intermedi e possono orientare meglio anche le scelte nazionali.

* * *

Il nostro patrono San Geminiano, che attraversò il mare per guarire la figlia dell’imperatore, interceda per la cessazione della pandemia. Ma lascio la conclusione ad una bimba, che ha scritto una lettera al covid riportata in una recente pubblicazione. Le parole dei bambini, dirette e spontanee, riflettono spesso quello sguardo semplice e luminoso che ci chiede Gesù: “Caro virus, per colpa tua non ho più visto il mio amico del cuore, i miei compagni di classe e il parco. Mi hai privato dei giochi all’aperto, della bici… della scuola ma non dei compiti. Mi hai letteralmente chiusa in casa, mi sono sentita in punizione come quando faccio arrabbiare la mamma. Ma nonostante ciò ti devo ringraziare. Mi hai ridato i miei genitori. Adesso facciamo tante cose tutti insieme e quando ognuno di noi termina i compiti, giochiamo con il nostro cane. Se ora vai via, io ti perdono”.

+ Erio Castellucci

I Magi. Una meditazione nella pandemia

dal sito: SETTIMANANEWS

di: 

 

Si è detto che la pandemia ha in qualche modo fermato la corsa del mondo e ci ha lasciati in un tempo sospeso. Da una parte, una certa frenesia delle nostre attività quotidiane, con gli stimoli nervosi che le presiedono e le suscitano, ha subito una battuta d’arresto e si è dovute adeguare a un nuovo modo di abitare gli spazi e di vivere perfino le relazioni; dall’altra parte, guardiamo davanti a noi con occhi incerti, non riuscendo a proiettarci con serenità e con forza d’animo in un futuro che abbia i colori rosei della speranza, della rinascita, della ripartenza. Il tempo si è come fermato.

Proprio il mistero del Natale, se liberato dalle finzioni esteriori, dal romanticismo puerile e dall’inutilità del consumismo, ci viene incontro per consegnarci una «Parola» alternativa. Natale – secondo il bel commento del grande teologo Karl Rahner – è Dio che entra nella nostra carne e nella nostra vita, assicurandoci che da quel momento la storia del mondo, con le sue ferite, le sue paure, la sua angoscia e le sue speranze, non è più «esterna» e guardata dall’alto, ma è dentro la storia stessa di Dio.

Rahner afferma che, dal giorno di Natale, cioè dalla venuta del Signore Gesù nella nostra carne, noi siamo stati raggiunti da una Parola capace di trasformare per sempre la nostra vita; questa Parola dice: «io ti amo». Sapere di essere amati è sapere di non essere mai più da soli. È questo che trasforma la notte in luce e dona senso, scopo e meta all’esistenza. E, in questo tempo sospeso, è questa la speranza che può farci guardare alla vita con coraggio ed entusiasmo, nonostante tutto. Rahner allora si chiede: che cosa significa celebrare il Natale, allora? Semplicemente lasciarsi cadere nelle braccia di questo amore.

Occhi che vedono

Il problema, anzi il dramma del Natale è tutto qui: siamo disposti a lasciarci cadere nelle braccia di questo amore?

Possiamo essere sempre tra coloro che continuano a festeggiare un Natale di tradizione e consuetudine, senza lasciarsi toccare; possiamo essere sempre e ancora quei cristiani borghesi che presenziano al rito cattolico senza che la vita ne resti minimamente scolpita e continuando a coltivare l’idolatria di se stessi, della propria immagine, della produzione, del rendimento, del successo e del guadagno; possiamo essere coloro che, pur vivendo nelle tenebre, non accolgono la luce che è venuta nel mondo.

O, forse, rifacendosi agli stessi racconti evangelici della nascita di Gesù, coloro che pur avendo occhi, non vedono. Non si accorgono. Proseguono la loro vita nella monotonia della quotidianità, senza accorgersi dell’evento che sta accadendo attorno a loro, proprio come avvenne in quella notte di Betlemme, quando il vagito di un bambino riusciva a stupire solo gli occhi di umili pastori, mentre il chiassoso mondo attorno restava indifferente all’accaduto.

Chi sono i Magi? Sono la nostra possibile risposta al Natale del Signore. La loro prima caratteristica non è la bravura, il merito, l’identità religiosa, ma, anzi, al contrario, essi erano pagani e abitanti di terre lontane. Essi si distinguono perché, a differenza di tanti sapienti che pure studiano la Scrittura notte e giorno, sanno alzare il capo, sanno scrutare il cielo e, soprattutto, hanno occhi che vedono.

La festa dell’Epifania – afferma Angelo Casati – è una questione di occhi che guardano lontano. Alza gli occhi intorno e guarda, è l’esortazione di Isaia in questo giorno. E i Magi affermano: abbiamo visto una stella e siamo venuti per adorarlo. Occorrono occhi capaci di vedere oltre, occhi dilatati, occhi che sono lo specchio di un cuore non rimpicciolito, ma abitato dalla nostalgia di orizzonti sconfinati. Occhi che cercano e che non smettono di cercare perché sanno – ecco la fede nel Natale – che anche nel cuore della notte più profonda, più oscura e più lontana, spuntano stelle luminose.

Una stella nella notte

La luce della stella non indica immediate risoluzioni dei problemi della nostra vita, ma intende suscitare nuovi inizi e nuovi cammini. Non si tratta di una luce che di colpo illumina tutta la scena della nostra vita, ma di un segnale apparentemente inutile, che ti consegna alla gioia di trovare la benedizione anche in ciò che vivi come contraddizione e sofferenza.

Se c’è una stella che spunta anche nella notte più nera, allora significa che nel mistero della nostra vita, dentro le fatiche e le sofferenze che viviamo, c’è un Dio che si fa nostro compagno, che sperimenta le nostre paure, che piange le nostre lacrime, che apre cammini inattesi di vita nuova laddove tutto sembra perduto. O, per riprendere l’immagine usata di recente da Luigi Maria Epicoco: c’è sempre una luce in fondo che dobbiamo cercare.

I Magi la cercano. Il loro viaggio è quello dei sognatori, che non hanno mai smesso di credere nella luce pur sperimentando la solitudine angosciante della notte. Il loro camminare è il migliore antidoto alla pigrizia accomodante delle nostre anime spente e rassegnate. Il loro cercare è l’arma più potente contro la corruzione dell’immobilismo e del disfattismo. Di una vita che si trascina per abitudine e di una fede che cerca solo una pacifica consolazione.

I Magi si muovono, cercano, vedono stelle nel cielo per indicarci che un uomo si misura dal suo camminare, dai desideri che coltiva, dalle domande che fa, da come nonostante tutto ha la forza di ripartire perché ha accolto davvero e sul serio il Natale: il Dio che, prima ancora di ogni cercare umano, si è messo in cammino verso di noi.

Non smettere di cercare

Magi, dunque, sono il simbolo del cuore che si apre alla fede e si mette in viaggio per cercare quanto il Signore gli indicherà. Essi sono – nel ritratto che spesso ne ha fatto papa Francesco – coloro che, con la nostalgia di Dio nel cuore, rompono i nostri conformismi e ci tirano fuori dai nostri recinti e dalle anestesie del cuore, per donarci il coraggio di metterci alla ricerca di Dio e della verità di noi stessi.

Così, nella pandemia. Si tratta di cercare le stelle che brillano in questa notte oscura. I segnali di luce che questo evento ci sta indicando, mettendo in crisi alcune nostre certezze – anche religiose – e invitandoci a metterci in cammino come i Magi, per un’altra strada: abbiamo bisogno di strade nuove per la nostra vita personale, per la nostra società, per la nostra Chiesa. E il futuro sarà soltanto di coloro che, inquieti, non smetteranno di cercarle.

Diversamente Natale

(dal SITO: SETTIMANANEWS)

 

Per una vita che nasce, per un Figlio che chiede ospitalità nella nostra umana natura, non servono grandi cose, solo presenze discrete ma vere, che con il poco che hanno danno il tutto di sé.

 

Vorrei proporre qualche semplice riflessione sul Natale che ci apprestiamo a celebrare in condizioni inedite e drammatiche avendo sullo sfondo la narrazione della nascita di Gesù nel vangelo di Luca (2, 1-20).

Una manifestazione inevidente

La manifestazione di Gesù, la sua presenza, il suo venire nella storia e nella vita degli uomini, ha uno stile e un tratto che potremmo caratterizzare così: inevidente e paradossale. Non è subito evidente la sua presenza tra noi: mentre si manifesta in qualche modo si nasconde. Egli non si mostra dove e come ce lo aspettiamo, ci sorprende e si cela.

I segni stessi che lo indicano sono paradossali: si manifesta sub contrario, non nella potenza, ma nella fragilità, non nel miracoloso ma nell’umano comune; un bimbo che nasce e un uomo che muore, l’incarnazione e la passione, sono i luoghi privilegiati dove Dio si manifesta e si nasconde.

Si fa presente fin dall’inizio cercando un riparo, una protezione, un rifugio, una grotta, o una “gronda” nella nostra fragile umanità. Come ben dice il poeta:

Non startene nascosto
nella tua onnipresenza. Mostrati,
vorrebbero dirgli, ma non osano.
Il roveto in fiamme lo rivela,
però è anche il suo
impenetrabile nascondiglio.
E poi l’incarnazione – si ripara
dalla sua eternità sotto una gronda
umana, scende
nel più tenero grembo
verso l’uomo, nell’uomo… sì,
ma il figlio dell’uomo in cui deflagra
lo manifesta e lo cela…
Così avanzano nella loro storia.
(Mario Luzi)

Questo carattere inevidente e paradossale della sua presenza è forse possibile coglierlo anche meglio nella situazione particolare nella quale viviamo in questi giorni il Natale. Un Natale strano, dove sembrano inopportuni i tratti convenzionali di festa e di gioia, che hanno spesso un sapore artificiale, commerciale e finto: sono come gli abbellimenti con cui orniamo per un attimo il nostro albero di Natale, ma che nascondono per un attimo la durezza della vita.

Il Natale non è una lucina da accendere nelle nostre case per non vedere l’oscurità che ci circonda. Ora tutto questo ci sembra inopportuno, spazzato via dalla pandemia che ci riporta alla serietà drammatica della vita esposta alla morte. Ora, possiamo meglio cogliere la “severità del Natale” (Balducci). Il mondo in cui viviamo non sembra per nulla luogo della sua presenza, piuttosto un mondo segnato dalla sua assenza.

In realtà fin dalla prima apparizione di Gesù, la sua presenza è sotto il segno della inevidenza e del paradosso. Si è manifestato così, nascondendosi sotto la “gronda” della nostra umanità. Da qui dobbiamo ripartire per imparare a leggere i segni della sua vista che non cessa di bussare alla nostra porta.

Quando

Luca ci tiene a precisare la cornice storica degli avvenimenti. Descrive per primi i protagonisti della storia imperiale, cita i nomi dei potenti del tempo: Cesare Augusto, Quirinio. Sembra quasi descrivere l’impero come una scena di globalizzazione ante litteram, un potere che vuole governare la vita di tutti, controllare – questo il senso del censimento – i suoi sudditi che non possono che assoggettarsi alle sue leggi.

Gesù appare ai margini di questa storia imperiale. Egli entra in scena “fuori dai riflettori”, sconosciuto alla cronaca ufficiale, non menzionato dai libri che narrano sempre la storia dei potenti e dei vincitori. Il suo è un tempo marginale, periferico. Nessuno se ne accorge, non ne rimarrà traccia nei libri di storia del tempo, si fa presente e si nasconde.

Noi dovremmo imparare a leggere i tempi marginali, a non essere abbagliati dalla cronaca, dalla storia dei potenti. Non troveremo facilmente i segni della sua presenza nelle prime pagine dei giornali, nei racconti dei social media. Egli preferisce le narrazioni nascoste e ordinarie, quelle che non fanno clamore, quelle lontani dai riflettori.

Papa Francesco spesso parla delle “periferie della storia”, delle storie che vedono come protagonisti gli “scarti”; ecco, dovremmo essere attenti ai tempi scartati, periferici e nascosti, ordinari e comuni: sono questi i tempi di Dio, dove si manifesta e si nasconde.

Dove

Anche il “dove” è periferico. Non a Gerusalemme, nella città santa, nel centro della vicenda del popolo di Israele; non nel tempio, non nei luoghi sacri me in quelli profani. “Non c’era posto per lui”: il Signore abita dove non c’è posto.

Abita un rifugio provvisorio, che sia una stalla, una stamberga, una grotta, una “gronda”, non importa; è il non-luogo di chi non trova posto, e sarà sempre così: il Figlio non avrà dove posare il capo. Eppure, ogni luogo diventa possibile nella misura in cui qualcuno fa spazio, offre rifugio, crea spazi di ospitalità. Dove cercare il nascondiglio di Dio?

Negli spazi ordinari e profani, nei luoghi che si aprono all’ospitalità povera e provvisoria. Un “ospedale da campo” – direbbe papa Francesco – nel senso letterale del termine: là dove ogni pellegrino è accolto, ogni straniero può trovare una patria, dove le ferite trovano una cura, con mezzi poveri e insufficienti ma con dedizione generosa e gratuita.

Con chi

Infine, è paradossale e inevidente anche la compagnia che diventa casa per il Signore. Di cosa ha bisogno Dio per “mettere la sua tenda” tra di noi? Con chi condivide la propria presenza nascosta?

Direi così: una intimità aperta a degli estranei. Gli basta questo: una donna che offre il suo corpo come grembo per Dio; un uomo e una donna, che si prendono cura di un figlio; dei legami umani, degli affetti, che fanno casa per il Dio che si nasconde. Dunque, uno spazio di intimità. L’intimità è quel segreto nel quale la vita può essere custodita nel suo mistero.

Senza intimità non si può vivere, senza delle relazioni che proteggono e accolgono, che sono generative perché gratuite e capaci di dono, ogni vita – anche quella di Dio – non trova casa. La presenza nascosta di Dio abita proprio le nostre intimità. Ma non è una intimità chiusa, non è una città chiusa e una casa inaccessibile, non è uno spazio escludente.

Infatti, qualcuno – ma chi? – lo visita, diventa addirittura ospite prescelto, vista gradita. Sono i pastori, uomini anch’essi marginali, personaggi del tutto improbabili, poveri esclusi, che vivevano ai margini della città che vegliavano nella notte.

Mi sembra che questa sia una chiamata, una vocazione che riguarda le nostre comunità: “isole di fraternità”, luoghi dove si generano relazioni di intimità non escludente, spazi di comunione che, mentre ricevono il dono del Dio nascosto, accolgono la vista dei poveri e degli esclusi come gli eletti ad essere i primi annunciatori del Vangelo.

Non fraternità elettive ed esclusive, non gruppi omologati di privilegiati, ma isole di fraternità ospitale: per Dio e per gli esclusi. Uno non senza l’altro.

Forse in questo Natale non faremo celebrazioni oceaniche che ci rassicurino di essere ancora fattori determinanti della vita pubblica. Non abbiamo bisogno di pretendere dei diritti, perché il Natale è solo un dono, non un diritto.

Ci basta poco per allestire un rifugio per il Signore, che si nasconde tra noi. Ma deve essere un luogo di intimità, deve avere il calore di una famiglia, e deve tenere sempre la porta aperta per chi forse si sente, come i pastori, escluso e indegno: è per loro che teniamo il fuoco acceso, è per loro che celebriamo – fossimo anche un numero risibile – il mistero del Natale.

Forse quest’anno non potremo fare grandi cenoni natalizi dove allestire la commedia delle famiglie felici, dove scambiarci doni superflui con logiche consumistiche. Ma il segreto di ogni casa, ogni affetto fragile, a volte ferito, può diventare il luogo dove il Signore pone la sua tenda.

Il dono è lui, lui il pane che nutre le nostre vite, il sorriso che tiene viva la gioia. Per una vita che nasce, per un Figlio che chiede ospitalità nella nostra umana natura, non servono grandi cose, solo presenze discrete ma vere, che con il poco che hanno danno il tutto di sé.

E sarà Natale, forse come non mai.

Sentimenti del nostro tempo: coraggio di vivere e morire.

(dal Sito SETTIMANANEWS)

di: 
 

Il numero cui diamo subito attenzione nel consueto bollettino della pandemia diramato ogni giorno verso sera sono morti di quel dì, sempre tanti, sempre troppi. Sempre a dirci, in verità, che in questa partita siamo perdenti, e non solo perché quei maledetti numeri sono maledettamente alti.

A questa costatazione di fallimento rispondiamo con le precauzioni, negazionisti permettendo o loro esclusi, ma soprattutto con la speranza di arrivare il più presto possibile al vaccino che ci immunizzerà tutti. E torneremo così «a riveder le stelle». Assieme, naturalmente, senza più divieti di assembramento e coprifuoco.

Per vivere (e non sopravvivere)

Tutto ciò infonde coraggio. O è coraggio, quel misto di sensazioni/emozioni che di solito ha tale paradossale genesi: nasce dal suo contrario, la paura, e dal disappunto legato alla sensazione di poter far ben poco per eliminarne la causa (in tal caso la prospettiva della morte); il coraggio, tenue all’inizio, è comunque nel farlo tutto quel poco, fino in fondo.

È così che il coraggio aumenta, quasi autoalimentandosi, tanto più se il gesto è condiviso da altri; mentre il tipo coraggioso sperimenta – quasi per incanto – che quel poco cresce via via come possibilità d’azione, va oltre quel che egli pensava d’esser capace di fare; e lo provoca ad alzare ancora l’asticella, a non cessare di dar sempre il massimo di sé, anche osando e rischiando, pagando di persona…

Il coraggio, allora, diventa sempre più quell’atteggiamento positivo con cui si affronta una situazione di pericolo, o con cui si tende a uno scopo dal raggiungimento difficoltoso e incerto.

Tutti vediamo quanto oggi ci sia bisogno di coraggio. E di coraggio per vivere e non sopravvivere o tirare a campare: c’è bisogno di coraggio per amare e lasciarsi amare, per sposarsi e fidarsi d’un altro, per fare un figlio e poi essergli davvero padre o madre… Tanto più per affrontare l’attuale situazione drammatica, che ci confronta ogni giorno con la paura più grande, quella della morte. Ma forse qui abbiamo bisogno d’un altro coraggio.

Per morire (e non crepare)

Il titoletto, specie il verbo tra parentesi, suona macabro e fuori luogo, ma non è eventualità così remota. Per questo non basta il coraggio di vivere, è necessario il coraggio di morire, o quell’atteggiamento interiore che ci consente di andare incontro alla morte con dignità e capacità di darle senso, di non subirla, né sentirla come rapina, ingiustizia, maledizione, destino beffardo…

Tale coraggio non nasce dalla paura, ma dall’accoglienza della vita come dono del tutto gratuito e immeritato, così ricco e intenso da render il vivente capace di far dono a sua volta della propria vita. E di andare incontro alla morte come la logica e inevitabile conclusione d’una esistenza vissuta pienamente, al massimo, dandole il senso più vero e più bello che l’uomo le possa mai dare, cioè generando “vita”, facendosi carico dell’altro, spendendosi: chi si dona e lo fa in modo molto concreto, infatti, “deve” morire prima o poi, perché l’amore ha una struttura pasquale, ma sarà lui che andrà incontro alla morte, non questa che gli capiterà all’improvviso, come un ladro, quando men se l’aspetta. Un po’ come Gesù («la mia vita nessuno me la toglie, io la do da me stesso», Gv 10,18).

La morte diventa allora “sorella morte”, conferma definitiva del proprio essersi donati, e compimento naturale del senso fondamentale dell’esistere umano: la vita è un bene ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato.

Chi invece non capisce questo e s’ostina egoista a tenersi la vita ben stretta nelle proprie mani, costui non muore, “crepa”. Ovvero: non ha avuto il coraggio di vivere, non avrà nemmeno la dignità di morire. Sarà dominato e soffocato dalla paura!

“Non andrà tutto bene”

Il coraggio di cui parliamo non è allora banale ottimismo che vuol credere a tutti i costi che anche stavolta ce la faremo, o temerarietà di chi nega tutto o non ha il senso del rischio, né è solo impegno pur benemerito a trovare rimedi, tanto meno è solo pregare e impetrare da Dio la grazia di non beccarsi il virus o di venirne fuori presto…

Il coraggio credente davvero non viene dalla paura, ma da quella fiducia che consente di guardare al futuro non pretendendo che “tutto andrà bene”, ma sapendo con assoluta certezza che Dio sarà al mio fianco, che non mi lascerà solo, nemmeno se sarò isolato-intubato in una camera d’ospedale, e mi darà la forza in ogni caso di vivere i miei giorni riempiendoli di luce… perché è Dio fedele, amico affidabile, mani sicure, garanzia d’un amore più forte della morte. Mi posso fidare di lui!

Non solo mi darà una vita oltre la morte, ma già ora mi dà di vivere una vita piena e generosa, ricca di amore e senza paure, persino libera di andare incontro alla morte… Una vita già eterna!

Diventare fratello

(dal Sito MONASTERO DI BOSE)

Troppo facilmente si dimentica che la vita di Charles de Foucauld è stata, come quella di ogni uomo, un lungo divenire, un’evoluzione. Quando egli si presenta come “il fratello universale”, arrivando a Beni Abbès, è un ideale notevole quello a cui ambisce, e l’unica motivazione che sa dare a una simile pretesa è la preghiera a cui invita fin dall’inizio i propri più stretti corrispondenti: “Pregate Dio perché io sia veramente il fratello di tutte le anime di questo paese”. Se nel resto dei suoi giorni non dirà più di voler diventare “fratello universale”, probabilmente è perché si è fatto più realista. Quando fin dal principio ci si proclama amici universali, ogni amore particolare appare come una restrizione posta all’amore universale. Ma per diventare fratello di tutti, bisogna cominciare a essere fratello di qualcuno: non è possibile amare tutti allo stesso modo. …

Con il trascorrere dei giorni, esperienza dopo esperienza, frère Charles ha imparato che cosa volesse dire “essere fratello”, e “fratello di ciascuno”. Essere fratello universale significa essere fratello di tutti, senza escludere nessuno. … A Beni Abbès sono persone in carne e ossa a bussare alla sua porta, e il “senza eccezione” assume ogni giorno un volto concreto e differente. L’amore universale si dà solo nel particolare, nell’amore per chi è qui davanti a me, e non nel darsi pensiero per chi è lontano, per chi non ho mai visto. Se non è facile diventare fratello, è ancora più difficile diventare fratello di tutti, senza escludere nessuno. Incorreremmo in un errore molto comune tra gli agiografi se volessimo far intendere che tutto questo sia avvenuto senza lotta e senza progresso. … Ad ogni modo, essere “fratello universale” non fu una scusa per non essere di nessuno, adducendo come pretesto di voler amare tutti …

La grazia, il carisma di Charles de Foucauld non è l’universalità. È anzitutto la fraternità, che è altresì amicizia: “amico e fratello universale”. Essere fratello universale significa anzitutto essere fratello, prima di spostare l’attenzione sull’universale. Dunque egli giunse a vivere la fraternità attraverso concreti rapporti di amicizia, come del resto aveva teorizzato così bene prescrivendo ai suoi eventuali compagni che divenissero “fratelli e amici universali”. Ed è nella prospettiva delle relazioni amicali che ... spiegherà come debba essere concretamente perseguita la fraternità tra gli uomini.

Essere fratello universale non significa essere fratello unicamente delle anime, come agli inizi frère Charles sembrerebbe credere, almeno a leggere in modo ingenuo il suo linguaggio. Ma non vuol dire neppure amare globalmente e in modo generico. … È opportuno ricordare a tal proposito un insegnamento che risale al tempo del suo soggiorno a Nazaret, e che probabilmente mise in pratica a Beni Abbès e a Tamanrasset:

Sforziamoci di avere un’infinita delicatezza nella nostra carità; non limitiamoci ai grandi servizi, ma coltiviamo quella tenera delicatezza capace di curare i dettagli e che sa riversare con gesti da nulla tanto balsamo nei cuori ... Allo stesso modo entriamo, anche con coloro che vivono accanto a noi, nei piccoli dettagli della loro salute, della loro consolazione, delle loro preghiere, dei loro bisogni: consoliamo, rechiamo sollievo con le attenzioni più minute; per coloro che Dio ci mette accanto sforziamoci di avere quelle tenere, delicate, piccole attenzioni che avrebbero tra di loro due fratelli pieni di delicatezza, e delle madri piene di tenerezza per i loro figli, al fine di consolare per quanto ci è possibile tutti coloro che ci attorniano ed essere per loro fonte e balsamo di consolazione, come lo fu sempre nostro Signore per tutti quelli che lo avvicinavano ... Quanta consolazione, quanta dolcezza seppe portare a tutti coloro che gli si avvicinavano; anche noi, per quanto ci è dato, dobbiamo sforzarci di somigliargli in questa come in altre cose, passando per le vie di questo mondo santificando, consolando, recando sollievo il più possibile agli uomini.

Bisognerebbe raccontare una serie di episodi della sua vita a Tamanrasset per illustrare questa meditazione sul vangelo. E la sua corrispondenza è la costante dimostrazione di questa delicatezza piena di attenzione che si può dire sia veramente stata un suo dono peculiare.

(da Antoine Chatelard, Charles de Foucauld. Verso Tamanrasset, Qiqajon 2002, pp. 146-157)

Il miracolo del povero

Il miracolo del povero

Il 15 novembre è la giornata che Papa Francesco ha deciso di dedicare ai poveri, portatori sani di bellezza e stupore.
Il tema per la IV giornata mondiale dei poveri è: Tendi la tua mano al povero. Nel messaggio della giornata, il Papa scrive: «Tenere lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione. Tendere la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita».
 
Ricordo che era inverno, fuori c’erano 3 gradi e io accompagnai in strada un gruppetto di ragazzi tra i 16 e i 18 anni che mi avevano chiesto di unirsi all’unità di strada.
Sul marciapiede, con quel freddo che ti entrava nelle ossa, vidi Marco, un uomo sulla cinquantina che avevo già incontrato qualche volta. Se ne stava lì, con la sua coperta che sembrava troppo leggera per quell’aria così pungente e per coprire quel cartone adibito a letto.
Facendo attenzione a non spaventarlo, mi abbassai e gli sfiorai la gamba per svegliarlo, chiamandolo per nome. Come aprì gli occhi, tra le lacrime ci ringraziò perché non ci eravamo dimenticati di lui e perché gli avevamo portato la cena.
In quell’istante mi girai e vidi quei giovani che erano con me che in modo naturale si erano inginocchiati in cerchio, avevano preso i panini e stavano iniziando a condividere la cena con lui.
Mi colpì come di fronte a quel corpo infreddolito, martoriato, sofferente, quei ragazzi non fossero riusciti a fare a meno di mettersi in ginocchio. Tornando a casa alcuni di loro mi dissero che sentivano un fuoco dentro, come qualcosa che gli ardeva nel cuore.
Ricordo quella sera in cui portai Francesco, un bimbo di 9 anni, a mangiare una pizza. Una cosa per noi normale, ma che Francesco, affetto da tetraparesi spastica, non aveva mai fatto perché suo papà si vergognava della disabilità del figlio. In pizzeria Francesco scelse la quattro stagioni: quando arrivò la pizza, Francesco saltò letteralmente fuori dalla sedia a rotelle perché era felice. Io e miei amici rimanemmo sbalorditi: quella semplice pizza aveva riempito i suoi occhi di gioia.

Fu quello il momento in cui iniziai a capire quanto fosse necessario stare con persone come lui, perché sono portatori sani di bellezza e di stupore.
E ricordo anche Lucia, una ragazza di 30 anni sulla sedia a rotelle dalla nascita e con un problema di obesità. Un giorno la portai al mare con degli amici. La convincemmo a farsi il bagno, anche se lei non voleva, la mettemmo nel salvagente e appena entrati in acqua Lucia scoppiò a piangere e ci disse che era il giorno più bello della sua vita, perché non era mai entrata in acqua.
A distanza di anni ricordo ancora quell’emozione, da far tremare le gambe: verrebbe da chiedersi come sia possibile che il far fare il bagno ad una ragazza disabile faccia emozionare così tanto. In nessun libro di scuola lo avevo imparato, ma scoprii che era un segreto insito in fratelli come Lucia, o come Francesco.
È il miracolo del povero e avviene attraverso la condivisione diretta.
 
 
 

Un Dio capovolto

di: 

Siamo qui, Gesù, al cimitero.

Il luogo del riposo. I cristiani sono sempre stati convinti di non finire nel nulla. Terminavano la vita terrena addormentandosi nel cuore di Gesù.

Siamo qui, ma non siamo nati qui. Tutti i nostri cari non sono nati qui. Non sono nati qui i Patriarchi, i Profeti, Maria, gli apostoli, i martiri e i confessori della fede. Siamo nati da un dono che il Padre ti ha fatto, Gesù. «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me», hai detto nel vangelo.

Siamo venuti al mondo nella Gerusalemme terrena.

Gerusalemme che ti ha visto insegnare, discutere, celebrare l’Ultima Cena, donarci il tuo corpo e il tuo sangue, farci dono della tua passione, morte e risurrezione. Gerusalemme doveva essere città di pace, ‘ir shalom. Si è rivelata città che divora i suoi figli e mette a morte i suoi profeti. Sono le nostre città terrene che anche oggi ci portano smarrimento, disorientamento, paura e incertezza sul futuro. Sirene lacerano l’aria, maschere nascondono i nostri volti, ma proteggono la vita nostra e quella dei nostri fratelli.

La nostra vita è stravolta. Distanziati, ma uniti. Vogliamo restare tuoi fratelli, i fratelli di Gesù risorto: «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno», hai detto (Mt 28,10). Dobbiamo tornare, Gesù, alla Galilea dove siamo nati come tuoi discepoli. La pandemia ha dato una bella scossa alla nostra presunzione di essere autosufficienti.

Non possiamo più pensare di nascondere la morte dalla nostra vita, pensando di rimanere eternamente giovani e sani come ci vuole la pubblicità. La giornata di oggi ci fa pensare alle cose importanti. Solo chi ama colui che incontrerà alla fine dei suoi giorni vive bene anche la sua vita. Dobbiamo rimanere umani e diventare di nuovo credenti, affidati totalmente a te.

La volontà del Padre è che tu non cacci via nessuno di noi, neanche la persona che non pensa mai a te e che ti ha escluso per sempre dal suo orizzonte mentale. Il Padre che ti ha inviato non vuole che tu perda nessuno di noi, nessuno dei nostri cari che ci hanno preceduto nella vita. Loro già vedono il tuo volto e godono del tuo amore con la loro persona, il loro spirito, il loro amore. Sono loro, anche se il loro corpo risorgerà quando tu ci radunerai tutti insieme alla fine dei tempi.

Siamo qui, al cimitero. 

Noi e i nostri cari defunti. La parola defunti indica coloro che hanno esaurito il tempo della loro vita terrena. Ma per noi sono vivi, sono vivi in Dio, non sono morti.

Tu ci hai detto appena ora nel Vangelo: «Questa è infatti la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna». Tu non puoi aver ingannato Maria tua madre, e gli apostoli e tutti i tuoi discepoli. Noi vediamo te con gli occhi della fede. Con tutto l’amore del nostro cuore, della nostra coscienza e della nostra volontà noi crediamo in te, nostro Salvatore e Signore, amante della vita.

Nel vangelo che abbiamo ascoltato tu ci prometti la vita eterna, non ci parli di vita futura. Verrà il tempo della risurrezione di tutti noi, con i nostri corpi, ma fin da adesso siamo tutti tuoi, felicemente tuoi. Tu ci dai adesso la vita eterna. È la tua vita, la vita del Figlio di Dio. La possibilità di vivere non secondo i tristi criteri del nostro mondo, ma secondo lo Spirito dell’amore. Vivere secondo le beatitudini, vivere da santi della porta accanto.

Vediamo tombe davanti a noi, ma ai nostri occhi splendono persone e vite.

Attraverso il tuo grande apostolo san Paolo ci hai detto che ci hai amato fino al dono della vita quando ancora eravamo deboli, non amabili, empi, nemici tuoi. Nessun uomo è capace d’amare così. Solo il cuore di uomo che è anche Figlio di Dio. La tua morte si è trasformata per noi in vita, pace, riconciliazione. Siamo sicuri che Dio Padre è per sempre dalla nostra parte e niente potrà mai separarci più dal tuo amore per noi. Questo ci dà grande pace.

Siamo qui. Al cimitero. 

Siamo vivi noi e vivi i nostri cari che abbiamo davanti. Siamo avvolti da una nuvola di fede e di pace, perché sentiamo che la nostra vera città non è la Gerusalemme della terra.

Il libro della Rivelazione, dell’Apocalisse, ci ha rivelato un mondo capovolto, un Dio capovolto. La nostra città sale dalla terra della fatica, delle lacrime e del lutto, delle sirene delle autombulanze. Gerusalemme di chi muore per malattia, a volte da solo, e di chi muore per la vita, perché ha amato tanto, ha amato con tutto se stesso. È una Gerusalemme che sale dalla storia adornata da te come la tua fidanzata ufficiale. Abbellita dei doni dello Spirito, della vita santa di tanti credenti, delle sofferenze e delle lacrime di giovani e anziani raccolte nell’otre del tuo amore, che non ne perde neppure una goccia (cf. Sal 56,9).

Viviamo nella Gerusalemme della terra.

Nello stesso tempo sentiamo che non siamo moribondi, ma vivi. Scendiamo dal cielo, dalla Gerusalemme celeste, la nostra patria, la nostra vera vita che sei tu. Dal cielo che è la vita di Dio Padre tu ci fai scendere come sposa bellissima, preparata per la vita di unione piena con te. Siamo tuoi, siamo la tua sposa.

Non moriamo.

Viviamo in modo diverso, ma niente ci può privare della vita. La tenda del tuo amore ci copre. È il baldacchino di nozze che ancora oggi usano i nostri fratelli ebrei nel giorno del loro matrimonio. Tu abiterai per sempre nella tenda che ti sei costruito per riunirci tutti stretti a te. Una vita sponsale, amorosa, feconda. Ci sono certo i travagli del parto. Ci sono le ferite e i dolori di una vita che non è ancora il paradiso. San Paolo ci ricorda e ci consola: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14,8).

«Riposa in pace», diciamo ai nostri cari che iniziano a vivere una vita diversa nella stanza vicina alla nostra. “Vivi in Dio”, ho sempre preferito dire ai miei cari: familiari, parenti, benefattori, confratelli e amici…

Dove siamo? Al cimitero? 

Nella Gerusalemme della terra impaurita e minacciata dall’egoismo e dalla chiusura in se stessi? No! La fede nella parola di Dio che abbiamo appena ascoltato ci dice che siamo nell’amore del Cuore di Gesù. Lui ci fa vivere in due modi diversi, ma non separati. Il corpo di Cristo che riceveremo fra poco nella comunione ci farà vivere la vita eterna; basta che lo vogliamo.

Il Cuore di Cristo ci attira a sé. Ha già attirato a sé la vita dei nostri cari defunti.

Noi ti amiamo Gesù, vita nostra. Ci aggrappiamo al tuo cuore.

Sappiamo bene che tu non ti lasci mai vincere nel fare i tuoi regali

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