Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Genitori e famiglie

Trasformiamo il nostro passato per scrivere il nostro futuro

Trasformiamo il nostro passato per scrivere il nostro futuro

Oggi mi piacerebbe iniziare il nostro articolo proponendovi un esercizio. Prendete un foglio protocollo a righe o più fogli A4 bianchi… l’importante è che abbiate a disposizione più facciate. Ora scegliete una penna e, dopo esservi messi comodi, al sicuro da interruzioni o distrazioni, lontani dal cellulare e dal citofono…, iniziate a scrivere la vostra storia.

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Non soffermatevi troppo sul perché, sul per come… il mandato è: scrivere un'autobiografia in massimo 4 pagine. Lasciate che la scrittura sia fluida, non fermatevi per verificare la correttezza grammaticale od ortografica. Nessuno ad eccezione di voi leggerà quello che avrete scritto, a meno che non lo decidiate voi stessi.

Terminato questo compito, riponete il foglio (o i fogli) in un posto sicuro per almeno due giorni e poi, quando vi sentirete nuovamente pronti, riprendeteli in mano e rileggeteli. Immaginate di essere degli estranei e di avere sottomano la storia di una persona che non conoscete.

Leggete lo scritto tutto di un fiato e annotatevi la prima sensazione che vi arriva, le emozioni che avvertite, le frasi che vi hanno maggiormente colpito, l’impressione complessiva che vi è rimasta.

Fatto questo, rileggete le vostre risposte con un pochino di distacco.

Cosa ve ne sembra?

“Il mondo non è perfetto, scegliere come vederlo è l’unico modo che abbiamo di cambiarlo”.

E questo vale anche per il nostro vissuto e la nostra storia.

Ognuno di noi, prima ancora di venire al mondo ha la sua storia. La mamma è solitamente colei che avvia il processo narrativo della nostra vita e, fin dalla gravidanza, inizia a raccontare e a raccontarci ciò che viviamo, il nostro contesto, il nostro comportamento, le nostre vicende… Attraverso i suoi occhi iniziamo, fin da piccolissimi ad assorbire un modo di vedere la nostra esistenza e il nostro posto nel mondo.

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È come se ci fosse in realtà un vero e proprio filtro, durante la nostra infanzia, un setaccio di ciò che deve restare e ciò che invece dev’essere lasciato andare, su quello che è bene e quello che invece ci danneggia, sull’immagine che piano piano iniziamo a costruirci nei confronti del mondo che ci circonda e su quegli aspetti che non è opportuno mostrare agli altri.

La narrazione di sé, il cosiddetto racconto autobiografico, è fondamentale da un punto di vista educativo, così come diventa cruciale, quando si diventa più grandi perché, se il pensiero veicola energia, il nostro modo di pensarci, di vederci, di raccontarci, influenza il nostro modo di porci, di presentarci, di agire, di interagire. Potremmo affermare addirittura che, attraverso le autobiografie noi possiamo rispondere (o meno) ad un bisogno di autodeterminazione.

Duccio Demetrio, filosofo e pedagosta scrive: “per suturare una ferita, per colmare un vuoto, per non dimenticare, per riorientarsi e per prendere coraggio” è necessario raccontarsi.

Giorni fa ero con un cliente in un setting. Stavamo facendo un lavoro di orientamento professionale. Il cliente non era alla sua prima seduta: lo avevo già seguito per delle altre situazioni in passato, pertanto il suo vissuto non mi era completamente sconosciuto. In questo frangente gli chiesi, ai fini dell’aggiornamento del suo curriculum, di raccontarmi la sua storia. Pur essendo una persona adulta con tante esperienze professionali e personali alle spalle, nel narrare di sé, tutta la sua attenzione si focalizzò solo ai primi 20 anni di vita e solo a tutti quegli aspetti dolorosi e disfunzionali che li avevano caratterizzati.

Era come se dell’uomo maturo, professionista… in quel racconto, non ce ne fosse rimasta alcuna traccia. Provai a chiedergli di proseguire il racconto. Di portare l’attenzione su cosa era accaduto “dopo i suoi 20 anni”, ma, più la seduta andava avanti, e più in realtà l’attenzione era sul prima, sul passato… su ciò che non era andato, piuttosto che su quello che invece aveva imparato, colto, trasformato.

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Il bisogno di raccontar-si, di narrare in generale è qualcosa di arcaico: sin dalla notte dei tempi l’uomo ha cercato nella condivisione del suo racconto un modo per alleggerirsi, per sdrammatizzare, a volte per ironizzare. Ma in passato, quando non esisteva ancora la tecnologia e i social, narrare rappresentava anche l’unico modo che l’essere umano possedeva per far conoscere un accaduto o la propria storia.

Secondo Bruner il pensiero umano è essenzialmente di due tipi: logico-scientifico e narrativo. Quest’ultimo, presente sin dalla primissima infanzia, si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni dell’uomo, delle vicissitudini e dei risultati. Il suo intento è quello di situare l’esperienza nel tempo e nello spazio.

L’identità della persona è in continua trasformazione. Ognuno di noi, ogni giorno fa delle esperienze, impara delle cose nuove, prova delle emozioni, si relaziona con il mondo che lo circonda… e la narrazione diventa così un modo per riflettere su quanto si è vissuto e su chi si è diventati. Giorno dopo giorno.

Ma se da un lato, la narrazione è e deve essere, una riflessione sul passato e su quanto ci è accaduto, fondamentale è il concepirla, al tempo stesso, come uno strumento creativo per il nostro futuro.

Raccontarci infatti ci permette, come faceva la mamma per noi quando eravamo piccoli, di filtrare le informazioni che desideriamo trattenere e scegliere in che modo continuare a riviverle. Tra noi e noi. Tra noi e gli altri.

Pensate all’importanza di sapersi presentare durante ad un colloquio di lavoro. In che modo pensate che potreste trovare un’occupazione se non raccontando la vostra vita valorizzandone le risorse, i passaggi più importanti che hanno segnato per voi delle svolte, delle rivelazioni, dei nuovi inizi?

Come da qualsiasi narrazione, sia essa un libro, un racconto… dalla narrazione di sé si impara. Impariamo noi nel momento che la doniamo ad un interlocutore, impara l’altro nel momento in cui si concede di ascoltarla e di farla sua.

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Potremmo affermare inoltre che: raccontarci è un processo creativo: non perché inventiamo un passato che non esiste! …ma perché, narrando la nostra storia, la creatività ci consente di guardare al nostro passato da un'altra ottica, secondo un'altra prospettiva: non dalla parte di coloro che tante situazioni le hanno subite, ma dalla parte di chi la propria vita l’ha vissuta come protagonista attivo.

Rileggere con creatività ed ottimismo le proprie esperienze, non vuol dire che tutto ci è sempre andato bene, che non ci sono stati intoppi, che non abbiamo mai affrontato problemi, disagi, difficoltà, momenti di crisi… ma che, al contrario, abbiamo saputo cogliere i diversi insegnamenti che la vita ci ha mostrato. Abbiamo imparato dal nostro fare esperienza, dal nostro sporcarci le mani, dal nostro sbagliare. Abbiamo fatto tesoro del nostro vissuto per programmarci un nuovo futuro.

Ed ecco che l’esercizio con il quale abbiamo iniziato il nostro articolo può diventare un ottimo strumento nelle nostre mani per vedere dove siamo e dove stiamo andando. Concederci del tempo di tanto in tanto per raccontare chi siamo, cosa abbiamo affrontato, quali scelte abbiamo fatto, che tipo di risorse abbiamo colto dalle diverse esperienze… può diventare un modo per trasformare il nostro passato, la sua incombenza sul nostro presente e gettare nuova luce sul nostro domani.

arrow 304729 1280Se desideri scrivere la tua storia e lavorare sugli aspetti che emergeranno, sulla sua trasformazione in un'ottica creativa e costruttiva per il tuo quotidiano... Se vuoi anche solo parlarne insieme, scrivi una mail o telefona per richiedere un appuntamento!

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), Coach Relazionale Senior, specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

Orientarsi per orientare. Orientarsi per far scegliere.

Orientarsi per orientare. Orientarsi per far scegliere.

Nel titolo che oggi vi propongo, due sono le parole che ricorrono: il verbo orientare, nella sua forma attiva e riflessiva e il verbo scegliere.

La parola orientare viene da oriente, dal latino oriens, participio del verbo orior: volgere verso Oriente, sorgere, cominciare. Nella sua accezione etimologica potremmo affermare che il termine indica l’azione che permette all’individuo di identificare la sua posizione rispetto ai punti cardinali, dunque di trovare la direzione del suo cammino.

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Scegliere è una parola, sempre latina, che deriva invece dal verbo exlego: eleggere e richiama la competenza di estrarre (dunque eleggere) dal mare delle possibilità quella più vicina al nostro sentire.

Abbinare le due azioni: quella dell’orientamento e quella dello scegliere, credo che sia fondamentale ai giorni nostri e ritengo, sia sulla base della mia esperienza, sia delle numerose ricerche che ci sono a tal proposito, che sia davvero importante anche e soprattutto nei contesti familiari.

Nonostante si dica spesso, a proposito degli adolescenti, che sono: disattenti, distratti, che non ascoltano mai gli adulti, meno che mai i genitori… da studi fatti è stato possibile verificare che l’influenza del contesto familiare sulla scelta scolastica e/o professionale ha un peso enorme. Anche se a volte il dialogo risulta essere complesso, la comunicazione non dobbiamo mai pensare che si interrompa, anzi…! Quando si smette di parlare in modo fluido, si è solo iniziato a comunicare per altre vie, altri canali, a volte meno diretti.

Diventare consapevoli di questi concetti: che tutto è comunicazione – anche il silenzio – e che i giovani ascoltano i messaggi - specialmente se indiretti - dei loro genitori è fondamentale. Sapere di avere una responsabilità e di essere delle persone che hanno un’influenza sugli altri non può lasciarci indifferenti, né deve spaventarci, ma bensì invitarci ad assumere una posizione più “presente” rispetto a certe tematiche.

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Se l’orientamento ha a che fare con la nostra direzione e con la posizione che ognuno di noi ricopre in un determinato momento, se la scelta è la capacità di eleggere tra tante opzioni quella più congeniale per noi, per i nostri valori, per i nostri desideri… allora vien da sé che la prima cosa che un genitore è invitato a fare è quella di documentarsi e orientarsi a sua volta per poi facilitare il proprio figlio.

Spesso siamo infatti soliti pensare che l’orientamento, fortemente legato al concetto di scelta, sia qualcosa che riguarda i soli giovani: dimenticando che fino ad una certa età, e oggi sempre più tardi rispetto al passato, i processi decisionali sono legati all’intero nucleo familiare, alla storia genitoriale, ai valori che sono stati tramandati, alle ideologie, ai pregiudizi. Nonostante ci possa sembrare strano o distante da noi, dal nostro modo di pensare… è comune avere dei pregiudizi o dei preconcetti! Spesso ne abbiamo e ne siamo inconsapevoli. Avete presente quando avvertite quelle vocine dentro di voi che vi sussurrano cose del tipo: “Il medico è una di quelle professioni che non passerà mai di moda”. “Il posto fisso è una garanzia”. “Se uno trova un impiego in banca si è sistemato per tutta la vita”. “Ah! Se potessi tornare indietro! Sarei diventato un avvocato! Quello sì che fa i soldi!”

Bene, tutte queste frasi più o meno comuni fanno tutte parte di quello stesso gruppo di idee che spesso condizionano noi e i nostri cari perché non sono il frutto di un’esperienza, di una riflessione consapevole, bensì sono il risultato di un luogo comune. È risaputo, tramandato, lo sanno tutti, è scontato…etc…etc…

E ora diciamo anche questo: non è detto che quello che ha funzionato sempre, fino ad oggi, per tutti, funzionerà ancora, nel futuro, per noi o per nostro figlio. Anzi!

Questi due anni dovrebbero avercelo dimostrato… a volte basta un attimo e tutto si trasforma. Tutto può diventare “altro” rispetto a quello che noi pensavamo, avevamo immaginato… e allora? Credere in quello che facciamo, amare il nostro percorso di vita, di studio, di lavoro… fa la differenza. Essere motivati. Sapere perché abbiamo scelto una strada, cosa ci ha spinto, quali ragionamenti, quali intuizioni, che emozioni… fa la differenza. Aver fatto una scelta ponderando le diverse opzioni ci permette di essere protagonisti attivi del processo, di aver valutato, considerato l’intero scenario e noi. Noi come persone che hanno delle peculiarità, dei sogni, delle caratteristiche uniche, non uguali al figlio del vicino, al cugino di secondo grado, alla sorella del tabaccaio. Uniche e speciali.

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Se siamo genitori e abbiamo un figlio, orientarci per orientare, orientarci per far scegliere è la prima cosa che dovremmo veramente avere a cuore di fare. Perché noi siamo importanti. Anche solo con il nostro esempio, con il nostro pensare. Con il nostro commentare il telegiornale. Documentarci su cosa offre oggi il mondo della formazione, del lavoro, del mercato… e ascoltare, osservare… quello che nostro figlio o nostra figlia amano: le loro passioni, le loro doti, le loro attitudini. Perché è vero che tutto si può imparare, ma se non c’è la motivazione, il mordente, la spinta… gli obiettivi sono più difficili da raggiungere e l’impegno costa più fatica nel tempo.  

arrow 304729 1280E se tu dovessi dire in questo momento quali sono le tue convinzioni dal punto di vista formativo e professionale... cosa scriveresti? In che modo "orienteresti" una persona a te cara? E tu, come ti orienti per raggiungere i tuoi obiettivi?

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"Cara Me..." è arrivato il momento dei bilanci e dei buoni propositi

"Cara Me..."

è arrivato il momento dei bilanci e dei buoni propositi

Cara me,

come stai? Lo so a cosa stai pensando…  non te lo chiedo quasi mai. In verità è una domanda che preferisco non farmi. Chiederselo vorrebbe dire poi fermarsi per ascoltarsi, concedersi un momento per identificare lo stato d’animo, dare un nome alle emozioni che si muovono… magari prendersi anche la responsabilità di accudire quelle ferite che sentiamo essere un po’ scoperte…

Cara me,

lo so che ti ho un po’ trascurata. Presa dai tanti impegni del quotidiano, ho sempre anteposto tante cose a te. Ero convinta di essere nel giusto quando mi sono dedicata anima e corpo al lavoro, a mio figlio, all’amico in difficoltà. Credevo che tu avessi capito il perché preferivo stare davanti al pc fino a tardi piuttosto che andare a dormire! …ma ora, come mai, anche quando mi metto a letto presto, tu non vuoi proprio smettere di farmi pensare? Sembra come se il cervello, non appena la testa poggia sul cuscino, inizi la sua attività preferita: ricordare, ripensare, rimuginare.

Cara me,

a volte è così difficile ascoltarti! Lo so che vorresti parlarmi, darmi dei suggerimenti, dei consigli… ma… nei momenti di difficoltà, quando ho provato a fare come mi suggerivi tu, con quella vocina sottile che dall’interno provava a farmi cambiare idea, a mostrarmi altre strade, nuove prospettive… tutto mi sembrava così diverso da come lo volevo vedere io! Certo, devo ammettere che la maggior parte delle volte hai avuto ragione tu.  Ah! Se ti avessi ascoltato! Magari mi sarei risparmiata tante fatiche. Certo, a posteriori sono bravi tutti a dirlo, ma la verità è che… ogni volta che dovevo prendere una decisione su qualcosa, preferivo sempre rivolgermi altrove, ad altri, e mai a te. Almeno se sbagliavo potevo dire di esser stata consigliata male!

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Cara me,

è stato un anno impegnativo. Sono stanca. Pensavo che se mi fossi tanto dedicata a tutto quello che avevo intorno avrei raggiunto i miei obiettivi e questo mi avrebbe appagata. Lo so che ho mantenuto dei ritmi folli per tantissimi mesi: poco riposo, alimentazione sbagliata… ma ero certa che la soddisfazione del traguardo mi avrebbe ricompensata! Ora invece non capisco più se sono felice oppure triste. Sono ingrassata, faccio fatica a recuperare uno stile di vita sano e, con difficoltà, riesco ad immaginare cosa desidero dal nuovo anno che sta per arrivare.

Cara me,

hai ragione te quando mi dici di rallentare. Sono sempre così concentrata sul prossimo passo da fare che ho dimenticato come ci si ferma e, allo stesso tempo, mi sono rifiutata di voler scorgere la risorsa che tu hai sempre cercato di mostrarmi nei silenzi, nelle pause, nelle attese. Stare fa paura. Quando la mia attenzione si sofferma sul chi sono mi incupisco… Lo so che sembra essere un controsenso, eppure, quando faccio-faccio-faccio mi sento meglio. Mi sento bene. O forse così mi sembrava fino ad oggi.

Cara me,

scrivendoti mi accorgo che tante cose che in questo anno non sono andate come mi sarei aspettata, se devo essere sincera, tu le avevi predette fin dal principio. Non ti ho voluto ascoltare. Ho preferito portare l’attenzione su quello che mi dicevano gli altri, sulle scelte che mi sembravano essere più facili… non ho investito su di te. Le mie energie le ho sempre spese per le persone che mi erano accanto, per le cause altrui, per guarire ferite non mie. Credevo che per me avrei avuto tempo. Più tempo a disposizione. Oppure che qualcuno lo avrebbe fatto al posto mio. Di prendersi cura di te.

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Cara me,

guardandomi allo specchio in questa vigilia di Natale mi sono accorta, come per magia, che forse stavo sbagliando: che non c’è una seconda possibilità per apprezzare ciò che abbiamo, per onorare il nostro presente, il valore del nostro quotidiano. Cara me, quest’anno decido che riparto da Te. Se fino ad oggi non l’ho mai fatto fino in fondo, da domani mi fiderò del tuo intuito, del tuo sentire. Accetterò che essere è più importante che fare; che imparare a fermarsi è ancora più importante dell’imparare a correre. Mi allenerò nell’essere disciplinata, non perché rigida, ma perché dedita al raggiungimento dei miei obiettivi che mi donano piacere, gioia, soddisfazione. Quando sani.

Cara me,

da domani sarai la prima persona alla quale penserò al risveglio e l’ultima alla sera alla quale rivolgerò la mia gratitudine. Mi prenderò cura di te e della tua salute. Coltiverò i tuoi talenti, mi dedicherò al tuo benessere, ai tuoi sogni, alla custodia dei tuoi valori e dei tuoi ideali. Imparerò ad amare te, prima di tutti gli altri e a sanare io per te le tue ferite. Senza delega alcuna.

Cara me, grazie per essere così come sei.

Imperfetta, ma bellissima.

 

arrow 304729 1280E se tu dovessi scrivere la tua lettera personale... quali aspetti metteresti in evidenza e quali impegni senti di doverti prendere con te stessa o con te stesso per il nuovo anno? Se pensi di aver bisogno di una mano, possiamo farlo insieme! ...sarà un modo diverso di onorare il passaggio che il Natale ci porta a vivere e un'opportunità di iniziare il nuovo anno con maggior consapevolezza

Tanti carissimi auguri!

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Lo zero democratico

Lo zero democratico

Venerdì scorso sulla pagina Facebook di Bambini e Genitori ho avuto il piacere di condurre una diretta insieme a Franca Errani, Counselor Coach Relazionale, Metodo Voice Dialogue, nonché mia collega nel progetto del libro “Il Cibo come via, gli Archetipi come guida”, a proposito della vulnerabilità e delle strategie che ognuno di noi mette in campo per difendersi.

Il titolo, un po’ ironico era “La cipolla che non fa piangere”, un modo per sottolineare, con leggerezza, l’involucro a strati che ogni persona costruisce, nel corso della sua esistenza a protezione di quel prezioso cuore che è la nostra essenza.

La diretta (che se volete potete riascoltare al seguente link) è stata un’occasione molto interessante per mettere in luce alcuni concetti che spesso trascuriamo perché troppo presi da altro o troppo spaventati dall’idea di poterci fermare a pensare…a stare.

La parola vulnerabilità deriva dal latino, dove vulnus significa ferita (non solo facendo riferimento a delle ferite fisiche ma anche a quelle dell’anima) e habilis, agile, maneggevole.  Vulnerabile è colui che si trova in una condizione in cui può essere ferito.

Ma habilis è la stessa parola latina da cui deriva un’altra parola importante per noi: responsabilità, la capacità di saper dare responsi alla vita. Se da un lato dunque, la vulnerabilità è una possibilità a ricevere qualcosa (in senso negativo), la vulnerabilità ci offre anche il dono di poter ricevere qualcosa e di aprirci ad un più ampio ventaglio di sfumature e di emozioni.

Ognuno di noi quando nasce riceve, a sua insaputa e senza intenzionalità alcuna, una ferita. Una prima ferita potremmo dire e, su questa base, inizia piano piano a svilupparsi la nostra personalità. Il nostro modo di rapportarci al mondo che ci circonda.

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Questo “trauma” è inevitabile per far sì che si sviluppino determinati comportamenti e ci si identifichi con alcune parti di noi (chiamate sé primari) e porta come aspetto secondario che se ne isolino delle altre parti complementari e si inizino a percepire alcune situazioni come possibili fonti di sofferenza.

Quando siamo piccoli infatti la nostra ferita è scoperta. Sono i nostri genitori che si prendono cura di noi e di lei e spesso questo non avviene. Anche in questo caso non è intenzionale e voluto. Ci vuole del tempo affinché si inizi a comprendere che ognuno deve essere una buona madre e un buon padre di sé stesso. Occorre fare pratica e avere pazienza per arrivare a sapersi accudire in autonomia la propria ferita.

Ecco che allora, in questo intervallo di tempo, da quando siamo nati a quando impariamo a prenderci cura di noi, la probabilità di sentirsi feriti è più alta e, man mano che questo accade, per evitare che ciò avvenga sviluppiamo delle strategie, ispessiamo di strati, come una cipolla, la nostra essenza, così da sentirci meno vulnerabili.

E cosa accade così facendo? …che a lungo andare, se non impariamo a gestire le nostre difese, nelle relazioni iniziamo a limitarci. Per paura di essere feriti, ci irrigidiamo, ci chiudiamo. A volte scappiamo. Altre attacchiamo per primi. In alcune occasioni arriviamo a congelarci.

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La paura di sentire la nostra ferita se da un lato ci mostra la nostra vulnerabilità, dall’altro però ci offre una grandissima risorsa: la consapevolezza che non è qualcosa che riguarda solamente noi. La paura è uno zero democratico. Riguarda tutti. Ognuno di noi la avverte.

Accogliere questo essere vulnerabili, umani, imperfetti è il primo passetto per imparare a gestire le nostre difese. Riconoscere che la perfezione non esiste è un fondamentale. Ci rende umani. Ci fa entrare in relazione. Apre un dialogo più autentico con gli altri, con i nostri cari. La consapevolezza di essere tutte persone che possono essere ferite in egual misura, ci mette sullo stesso piano.

Permettersi di essere vulnerabili è un atto di coraggio. Dopotutto, non è forte chi sopporta di più o chi indossa la maschera della felicità più a lungo. Forte è colui che mostra ciò che sente, ammettendo i propri errori e le proprie ferite.

(Valeria Sabater)

Leggevo qualche giorno fa una frase in un articolo di Paola Bonavolontà: la fede e la vulnerabilità aprono la via al dialogo.

Questa frase mi è rimasta così impressa che la cito con grande piacere ad introduzione di un altro importante passaggio. Nel momento in cui ci riconosciamo persone vulnerabili e accettiamo di essere noi i veri responsabili della misura in cui gli altri possono ferirci, permettiamo a tutte le parti di noi di emergere, di entrare in relazione, anche intima con gli altri.

L’intimità ha infatti molto a che vedere con la vulnerabilità! Nelle relazioni costruiamo infatti una vera intimità solo quando ci concediamo di essere noi stessi, e diamo all’altro la possibilità di apprezzarci e accettarci così come siamo.

Aprirsi e lasciare che il nostro cuore possa scambiare della sana energia ci nutre e nutre l’altro.

Qualcuno venerdì durante la diretta chiedeva se la vulnerabilità sia sinonimo di fragilità. Al contrario! Fragilità deriva dal latino frangere, rompere. Se io riconosco la vulnerabilità non mi rompo, ma riconosco che posso essere ferito e soprattutto che posso ferire a mia volta. Essere consapevole di quello che posso ricevere, ma anche di quello che posso fare all’altro mi restituisce un potere attivo; una possibilità di scelta nel come voglio stare in una relazione.

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Con Franca nella diretta portavamo come esempio il protagonista di un suo nuovo romanzo, DivinDinero. Giuseppe, un uomo adulto che ha deciso, per evitare di essere ferito, la fuga… è proprio quando si trova solo con sé stesso a pensare, lontano da tutti e dal suo grande amore Gina, che comprende di come anche lei abbia usato delle strategie per difendersi ed evitare di soffrire e forse vale la pena concederle un’altra possibilità.

La vulnerabilità è un valore. Anche se facciamo fatica a pensarla in questi termini. Non siamo super eroi e, come spesso ripeto con i miei clienti, anche Superman aveva il suo tallone di Achille, la criptonite! Sapere quali sono i nostri punti deboli e comprendere quelli di chi abbiamo di fronte ci offre la possibilità di essere prudenti, di non pensare di avere sempre la verità in tasca, ma anche, e soprattutto, di essere indulgenti verso di noi e verso gli altri.

In un mondo che ci chiede sempre più di essere forti, duri e prestativi, la grande rivoluzione sarebbe quella di imparare ad abbracciare gli opposti e saper essere dolci, emotivi, vulnerabili.

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