Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

Solennità del Corpus Domini

 

logoEHTE5F Stained glass window depicting Jesus Christ giving communion in the Church of Martina Franca, Apulia, Italy. , ipa

Il pane che spezziamo nell’Eucaristia è comunione con il Corpo di Cristo. È un’espressione che ascoltiamo spesso e che, proprio per questo, rischia forse di perdere la sua forza originaria. Eppure dentro quella parola – comunione – è custodita una delle intuizioni più profonde della fede cristiana. Comunione non significa soltanto vicinanza spirituale o partecipazione a un rito, ma un legame vitale con Cristo che lentamente trasforma il modo di abitare la vita.

La liturgia del Corpus Domini aiuta a comprendere questa realtà con la prima lettura del Deuteronomio (8,2-3.14b-16a), dove Israele ripercorre il lungo cammino nel deserto. Un tempo segnato da fatica, fame, precarietà, ma anche dalla sorprendente fedeltà di Dio. È proprio lì che il Signore dona la manna, quel pane inatteso che insegna al popolo una verità decisiva: «Non di solo pane vive l’uomo». Dio non elimina il deserto, ma vi fa nascere un nutrimento. Non sottrae il popolo alla durezza del cammino, ma gli dona ciò che permette di attraversarlo. In questo senso la manna diventa figura dell’Eucaristia. Anche il pane eucaristico non ci porta fuori automaticamente dalle contraddizioni della vita, non cancella le fatiche, le inquietudini o le fragilità che ciascuno porta dentro di sé; introduce però dentro tutto questo una presenza nuova. L’Eucaristia non è evasione dal mondo, ma una diversa maniera di stare nel mondo.

Gesù sceglie proprio il pane perché il pane appartiene alla vita quotidiana: è semplice, essenziale, legato alla tavola, alla condivisione, alla necessità del vivere. E quando san Paolo scrive che «poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Corinzi 10,17), ricorda che l’Eucaristia non riguarda mai soltanto il rapporto individuale con Dio. Quel pane crea comunione, costruisce un popolo, insegna a riconoscersi parte di un unico corpo.

Questa trasformazione non avviene in modo automatico o magico. La vita cristiana è più simile a una lenta maturazione che a un cambiamento improvviso. L’Eucaristia agisce nel silenzio, come un seme nascosto. A volte ci si accorge soltanto dopo molto tempo che qualcosa è cambiato: uno sguardo più pacificato, una diversa capacità di attraversare il dolore, una maggiore libertà rispetto all’egoismo. Per questo il linguaggio del nutrimento è importante. Sant’Agostino diceva che nel cibo ordinario siamo noi ad assimilare ciò che mangiamo; nell’Eucaristia, invece, è Cristo che assimila noi a sé. La fede allora non consiste anzitutto in uno sforzo morale, ma nel lasciare spazio a una Presenza che lentamente plasma la vita. Anche gli inni del Corpus Domini insistono su questa dimensione. San Tommaso d’Aquino chiama Cristo O salutaris Hostia, l’ostia di salvezza che apre una porta dentro le ostilità della storia e del cuore umano. Perché le vere battaglie sono interiori: la fatica di amare, il peso delle ferite, la tentazione di chiudersi in sé stessi, la paura del futuro.

Il mistero del Corpus Domini custodisce una domanda decisiva: di che cosa vive veramente l’uomo? In un mondo che moltiplica continuamente bisogni e consumi, l’Eucaristia ricorda che esiste una fame più profonda, che nessuna realtà materiale riesce del tutto a colmare. L’uomo vive di un pane che non è semplicemente qualcosa, ma il segno di una Presenza che continua ad accompagnare il cammino umano.

Santissima Trinità

 

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Un Dio fatto di legami

Terminato il tempo pasquale, la solennità della Santissima Trinità ci invita a rileggere la storia della salvezza alla luce del Dio che Gesù ci ha rivelato: un Dio che non è solitudine, ma comunione; non chiusura, ma relazione; non distanza, ma amore che si dona.

Di fronte a questa festa possiamo sentirci un po’ smarriti, perché il mistero della Trinità è grande e difficile da spiegare. Del resto, la parola stessa “Trinità” non compare nelle Scritture. Eppure la nostra fede resta semplice: noi crediamo in Gesù Cristo, nelle sue parole, nei suoi gesti, in tutto ciò che ha insegnato e vissuto. Gesù è il volto più luminoso e trasparente di Dio. Egli si rivolgeva a Dio chiamandolo Padre e ci ha rivelato che anche noi siamo figli amati.

Gesù ci ha parlato anche dello Spirito Santo e ce lo ha donato come presenza viva nella Chiesa e nel mondo, perché il Vangelo continuasse a parlare a tutti in ogni tempo. Così ci è stato fatto intuire che Padre, Figlio e Spirito Santo vivono in una perfetta comunione d’amore, come un unico respiro che continuamente si dona. Questa è, in fondo, la più semplice professione di fede trinitaria: non spiegare tutto, ma lasciarsi stupire. Davanti alla Trinità conta più la meraviglia che la pretesa di capire pienamente. Non siamo davanti a una verità fredda e astratta, ma a una realtà viva e palpitante. Il nostro Dio non è chiuso in sé stesso: in Lui esistono relazione, dialogo e dono reciproco. La Trinità è il luogo dell’amore.

In realtà tutto il Vangelo si racchiude proprio qui: Dio è amore. Per questo è difficile comprendere come, anche nella storia cristiana, il nome di Dio sia stato associato alla violenza. Ogni volta che i cristiani hanno usato la forza, persino per imporre la propria fede, hanno tradito il cuore stesso del Vangelo. È forse questa la più grave delle eresie, perché colpisce ciò che nel cristianesimo è essenziale e irrinunciabile: l’amore.

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: «Dio ha tanto amato il mondo». Il nostro non è un Dio che cerca di condannare, ma un Dio che ama, chiama, perdona e vuole salvare tutti. E il “mondo” di cui parla Gesù è quello amato da Dio che comprende tutti, anche coloro che spesso preferiremmo tenere lontani, quelli che ci infastidiscono o ci fanno paura. Certo, sono necessarie leggi giuste per proteggere soprattutto i più fragili e impedire la violenza. Ma sarebbe grave se tali norme fossero vissute con spirito di sospetto e diffidenza verso chi è diverso da noi. Ogni forma di razzismo, di esclusione e di intolleranza nega il volto del Dio che oggi contempliamo come comunione e amore condiviso.

Il mistero della Trinità, allora, è una verità profondamente attuale, perché tocca il nostro modo di vivere le relazioni. Forse una delle immagini più belle della Trinità è quella della famiglia vissuta nel rispetto e nel dono reciproco. Tra le esperienze che più richiamano il mistero trinitario vi sono la preghiera fatta di ascolto, fiducia e rispetto, lontana dalla pretesa di imporre agli altri il proprio “tu devi”; e un perdono capace di far ricominciare dopo ogni contrasto. Solo così viviamo a immagine di Dio e impariamo a conoscerlo meglio. Scriveva Vincent van Gogh: «Il mezzo migliore di conoscere Dio è amare molto». È davvero così: se imparassimo ad amare di più, comprenderemmo meglio anche il mistero della Trinità.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

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