(dal sito politicainsieme.com )
La CGIA di Mestre ha valutato che in Italia sono 5.800.000 gli occupati sovra-istruiti rispetto alle mansioni loro richieste: un numero enorme e in continua crescita: di fatto un “demansionamento” intellettuale. Sempre la CGIA, giustamente, ha messo in evidenza la gravità del fenomeno perché ha ricadute molto negative anche sulla produttività aziendale, come tutti i demansionamenti.
Sappiamo da anni che la popolazione italiana è la popolazione europea con la percentuale più bassa con un titolo di studio equivalente almeno alla scuola secondaria di secondo grado; per contro sappiamo che molti nostri laureati sono costretti ad andare all’estero per avere una occupazione sufficientemente in linea con le loro competenze acquisite. Alcuni arguiranno che in un mondo globale non è nemmeno una notizia: peccato che il “mondo globale” sia “ostinatamente” nazionale o addirittura locale per tante questioni che riguardano la nostra vita quotidiana
Rimane alto l’abbandono scolastico (13,5% dei giovani), mentre le aziende faticano comunque a reperire personale per le loro necessità: in media oltre il 30% – secondo Unioncamere – nell’ultimo periodo post-Covid. Quali le mansioni ricercate? Meccanici qualificati, riparatori e manutentori di macchine, operai specializzati nelle rifiniture delle costruzioni, autisti di mezzi pesanti. Sono dati che devono interrogare profondamente chi fa o vuole fare politica.
“Bamboccioni” è stata la infelice battuta di un noto e importante economista di qualche anno fa, riferita ai giovani “senza lavoro” o che faticano a trovare una occupazione: sbagliata non tanto e non solo nell’epiteto, ma perché espressione di una analisi superficiale, approssimata, incapace di comprendere la complessità del fenomeno e di conseguenza di suggerire possibili soluzioni Probabilmente la maggior parte degli economisti italiani continua a pensarla allo stesso modo, pur all’interno di in linguaggio diverso, reiterando una analisi insufficiente e approssimata: non è un caso che le cose peggiorano di anno in anno.
I più apparentemente attenti, colpevolizzano la scuola, a loro dire incapace di far innamorare i giovani italiani alle “materie scientifiche” così che le scelte dei nostri giovani finiscono per essere “sbagliate”, le aziende non hanno le professionalità che cercano, abbiamo una elevata disoccupazione giovanile, un disallineamento tra titolo di studio e impiego, elevata dispersione scolastica e mancanza di mano d’opera.
Un primo elemento da considerare nella analisi è il sostanziale e diffuso “disprezzo”, spessissimo inconfessato e inconfessabile, presente nelle viscere profonde della società italiana verso il lavoro manuale, fenomeno che ha molteplici e complesse origini. Alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 era diffuso il desiderio nelle famiglie italiane – quelle che avevano fatto la ricostruzione – di consentire ai propri figli una vita meno disagevole, legata a professioni meno faticose di quelle svolte dai loro padri: contadini, artigiani, operai in fabbriche che non erano certo quelle di adesso…., che sembrava dovesse passare attraverso la acquisizione di un titolo di studio.
Contemporaneamente, la fusione della cultura della “sinistra operaia”, popolare si direbbe adesso, con quella della borghesia radical chic che si è progressivamente strutturata a partire dagli anni 80, partendo da temi quali la modernizzazione sia in campo lavorativo che sociale e etico, ha introdotto –probabilmente involontariamente – un sostanziale disprezzo verso tutto ciò che fosse o potesse sembrare “umile”, legato alla “terra”, ossia alla fatica del lavoro quotidiano e alla tradizione etica e culturale degli anni precedenti: il sogno – ingenuamente post-sessantottino visto che in quel periodo stava occupando il potere proprio quella generazione – era quello di avere una unica classe radical-borghese maggioritaria, mediamente colta e aperta agli stimoli di un mondo in rapida evoluzione, dedita al recupero e alla reinterpretazione della cultura italiana, svecchiata dalle incrostazioni tardo-cattoliche e vetero comuniste, imperniata sulla idea di un progresso continuo, reso possibile dalla scolarizzazione di massa e dal ridimensionamento del potere della vecchia borghesia liberale e “padronale” (concetto scippato alla “vecchia classe operaia”), attraverso un predominio culturale di natura intellettuale, fondato sullo scientismo, all’interno del quale i vecchi concetti solidaristici – sia di derivazione cattolica che comunista – venivano man mano sostituiti dal primato dell’individualismo, a tratti ecologista, a tratti pseudo-solidale, a tratti semplicemente edonista.
Per quanto riguarda la scuola, la spinta è stata verso una rapida diffusione dei percorsi di laurea: tutti dovevano poter accedere alla università (giustamente), la scuola superiore è stata progressivamente “liceizzata” e l’università, incapace di ripensarsi nel suo nuovo ruolo, ha finito per diventare, salvo eccezioni, una sorta di “liceo avanzato”: nonostante tutto, il livello qualitativo della maggior parte dei ragazzi laureati continua a rimanere elevato, come è dimostrato anche dagli apprezzamenti che vengono ottenuti quando i nostri giovani emigrano all’estero. All’interno di questa evoluzione culturale, governata da questa nuova classe borghese e radical chic, tutti – o almeno la maggior parte degli italiani – sarebbero stati liberati dalla oppressione del lavoro manuale, umiliante e faticoso perché espressione di un capitalismo opprimente e ingiusto: non a caso si teorizzava che “arte – cultura e ambiente” – ossia il terziario avanzato – avrebbero definitivamente sostituito il comparto manifatturiero come fondamento economico del paese: e “cultura” veniva poi declinato a livello popolare con “lavoro intellettuale”.
Essere “piccoli imprenditori” dagli anni ’90 in poi non era più il segno di un riscatto da una dura condizione precedente, ma quasi una vergogna, specie se fondato sul lavoro manuale o manifatturiero: l’ accanimento, anche fiscale, verso artigiani e piccoli imprenditori forse ha trovato origine anche in questo schema di pensiero.
La risposta sociale che coerentemente e conseguentemente si è progressivamente affermata è stata quella di una diffusa spinta a cercare nel “lavoro intellettuale” o al più nella tecnologia digitale la strada per una emancipazione dei figli, dando per scontato che il progresso economico e quindi il benessere personale e famigliare sarebbe continuato senza sosta secondo una progressione lineare: i mafiosi e i politici – ladri o inetti erano i colpevoli dei problemi che man mano si evidenziavano. La stagione del berlusconismo, che pure ha ancora più radicalizzato l’”intellighenzia” radical – chic ossessionata da questo rigurgito di “incultura” che riaffiorava, non è stata in realtà una cesura con buona parte dei pensieri culturali succintamente sopra richiamati, ma un tentativo di temperare alcune estremizzazioni culturali che una parte della nuova borghesia radicaleggiante, forse senza approvarle sino in fondo, aveva lasciato che si affermassero: una sorta di regolamento di conti interno al pensiero culturale dominante
Un altro fenomeno, questa volta di importazione, a partire soprattutto dagli anni novanta si è prepotentemente sovrapposto al travaglio italiano: la finanziarizzazione della economia, che si è rapidamente imposta con il pudico nome di “globalizzazione” (fenomeno complesso e per certi versi ineludibile, ma che non sarebbe mai esploso con tanta rapidità se non fosse stato funzionale alla finanziarizzazione della economia).
Non più l’imprenditore – piccolo o grande che sia, artigiano o contadino – su cui poggiare sviluppo e equilibri sociali, ma i grandi gruppi finanziari, di cui il “trader” era l’icona più facile da rappresentare a livello popolare ( “the wolf of wall street” ha offerto anni dopo uno spaccato di quella realtà): la Borsa è diventata l’indicatore che dettava i tempi e i ritmi del vivere: non c’era TG che non si aprisse con i dati giornalieri di Borsa, come se tutti avessimo “azioni” da controllare….. Il vivere e il suo significato nelle mani di una oscillazione percentuale di valori a ben vedere “astratti”, fondati su transazioni intra-die derivanti da giudizi volatili e da algoritmi matematici.
La Borsa è velocità, è immediatezza, è calcolo, è opportunità, è astuzia, è cattiveria, è abilità e competenza: l’indicatore è la rapidità del guadagno, profitti che si devono materializzare subito, in pochissimi mesi, anzi in pochi giorni o settimane.
Non più quindi “lavoro intellettuale”, ma guadagno rapido e immediato, sempre più distante dal lavoro manuale e cioè “umile”, riservato ai perdenti, agli incolti, agli immigrati, a chi non era capace di scuotersi di dosso il vecchiume del passato: e sul piano sociale questa velocizzazione ben si sposava con un benessere sempre più ostentato, internazionalizzato, scintillante di mode e novità, di solito durevoli lo spazio di un mattino, semplici bit all’interno di una rete globale velocissima e interconnessa, con il week-end assunto definitivamente a icona della qualità della vita, accanto alla movida festaiola e modaiola, di cui non si può fare a meno nemmeno in tempi di Covid.
Questo è lo scenario in cui siamo immersi: nemmeno la crisi del 2009 ha scosso le nostre certezze, semmai ha radicalizzato la ricerca di capri espiatori per giustificare intoppi o “situazioni impreviste”: non più solo corrotti, mafiosi e politici, specie se in combutta, ma la caccia al malfattore si è estesa a larghi settori della popolazione, dall’evasore fiscale, al furbetto del cartellino, alle combine sistematiche in tutti gli atti di governo e in tutte le attività produttive, fino al punto da idolatrare la “trasparenza meritocratica” costruita su algoritmi di calcolo, meglio se in mano alla onnipotente volontà della “rete”. Non che non ci fossero e non ci siano elementi di disonestà e malaffare, ma mai si è impostata una riflessione un po’ più approfondita di fronte a risultati non allineati alle aspettative.
Se questo è lo scenario, c’è forse da stupirsi che l’idea di lavoro, della fatica del lavoro, sia diventata estranea alla nostra cultura? Lavorare quel poco che basta per avere il tenore di vita adeguato, possibilmente in attività assimilabili a quelle di tipo intellettuale (lavori non manuali), meglio se garantite a vita: dopo la pizza e la pasta, questo è diventato il pensiero che unisce tutti gli italiani, senza distinzione di latitudine, specie tra i più giovani.
Sappiamo bene che la realtà non è così: ma il “sentiment” diffuso, o almeno il desiderio, è quello.
Perché mai solo “i bamboccioni” o i “choosy” nella versione del ministro Fornero, dovrebbero avere una idea e un progetto di vita differente? Scegliere lavori manuali, rinunciare ad attività di poco impegno, non pretendere rapidi guadagni da spendere in interminabili “movide festaiole”?
E infatti, i nostri giovani, sono l’esatta espressione del nostro attuale pensiero sociale collettivo: non l’hanno creato loro, si sono adeguati! A loro nessuno pensa con “amore” (“amare” vuol dire presentare le cose per quelle che sono, senza isterismi o drammatizzazioni, ma anche secondo un rigoroso principio di verità, alla luce delle conoscenze acquisite): la materializzazione perpetua dei “vantaggi” della finanziarizzazione dell’economia possono sussistere solo saccheggiando il pianeta e creando masse enormi di “scartati”, di cui una parte sempre più numerosa abiterà anche le nostre città.e Solo il pensiero radical – chic, colluso con chi ha voluto questa trasformazione finanziaria usando “sovranismi e populismi” che stanno spazzando via ogni idea di società solidale e trasnazionale per consegnare ricchezza e potere in pochissime mani, continua a far credere che solo la corruzione, le mafie e il malaffare determinano lo sfruttamento e la marginalizzazione: mi auguro che chi così pensa, lo creda davvero: almeno sarebbe solo “cieco”.
Riportare il lavoro al centro, per rendere più fisiologica anche la funzione della scuola, togliendole quel cappio che molti benpensanti continuano a metterle addosso e che la vuole destinata solo a “forgiare” la nuova forza lavoro che serve non tanto alle aziende, ma al capitale finanziario, disponibile a spostarsi dove sia più conveniente per favorire rapidi e lucrosi guadagni di pochi.
Fenomeni sociali così complessi non si modificano certo in pochi anni: serve un duro lavoro, politico si sarebbe detto in passato, fatto di tanta condivisione sociale e di azioni decise, poche ma coerenti tra loro per modificare, lentamente, ma con tenace costanza, la direzione del “transatlantico” su cui siamo imbarcati .
“Riportare il lavoro al centro” non deve essere uno slogan, ma deve guidare la adozione di atti concreti.
Un tema fondamentale a questo riguardo è il rapporto che deve sussistere tra lavoratore e datore di lavoro: qualunque sia la attività da svolgere o le persone coinvolte è di fondamentale importanza il rispetto reciproco che si sostanzia nel rispetto della dignità di chi lavora – e questo riguarda un tema enorme come la sicurezza sul luogo di lavoro e le condizioni ambientali in cui si è chiamati a lavorare che vengono ancora prima della questione economica o salariale.
Perché però queste questioni siano affrontate e fatte evolvere positivamente davvero, non sono necessari complessi atti burocratici e formalistici che difficilmente – per quanto estesi – potranno individuare tutte le possibili situazioni da risolvere: va costruita una relazione simmetrica di compartecipazione alla soluzione del problema che – pur nelle differenti e legittime responsabilità decisionali – va aiutata da scelte politiche e normative. Un esempio: in ogni realtà produttiva andrebbe prevista la partecipazione agli organismi decisionali della azienda da parte di rappresentanti dei lavoratori e su decisioni che impattano direttamente su questioni come sicurezza e dignità del lavoro, sarebbe buona cosa che le persone che lavorano (persone prima che dipendenti) siano consultate direttamente: coinvolgere, spiegare, ascoltare non vuol dire che poi chi ha la facoltà e la responsabilità di decidere non lo debba fare, anche contro il parere raccolto
Se abbiamo imparato che “non ci si salva da soli”, il principio va applicato nelle diverse situazioni, con coraggio.
Se questa è la bussola, è necessario ammettere che legislazioni nate per tutelare principi sacrosanti (ad esempio la legge 81) si è trasformata in un complesso coacervo interpretativo, e ha ancor più resa asimmetrica la relazione tra datore di lavoro e lavoratore, per giunta deresponsabilizzando tutte le parti coinvolte come se dignità e sicurezza si raggiungessero attraverso formalismi o meccanismi proceduralizzati che riescono a definire tutte le possibili variabili di sicurezza: dietro questo modello apparentemente neutro, si cela una visione meccanicistica e post-umana del funzionamento della mente e della società degli uomini, che nega sostanzialmente libero arbitrio e conseguente capacità decisionale.
Per contrastare le aberrazioni di un modello di determinismo meccanicista, che poi porta Elon Musk a investire per creare chip da inserire nel cervello, non solo e non tanto per curare, ma per prenderne il definitivo possesso, si deve partire anche da cose apparentemente lontanissime, ma che hanno il medesimo fondamento concettuale.
Se al centro c’è il lavoro, la sua sicurezza e la sua dignità, vanno coinvolti i dipendenti anche nelle questioni economiche aziendali: modi e tempi si vedranno, ma il principio è ineludibile.
Se l’azienda è solo un formalismo contabile – e non una realtà viva di competenze, passioni umane e risorse, tecniche e economiche -, affinché i capitali finanziari- spesso così vasti da essere anonimi – possano accrescere il loro valore nel continuo turbinio di contrattazioni, molto meglio che nessuno sappia o conosca, e anche i lavoratori sono solo ingranaggi insignificanti, la cui sicurezza e dignità conta nella misura in cui fa risparmiare in fastidiosi contenziosi…, Il futuro purtroppo sarà presto quello descritto dai sequel di “stars war”, magari con finali meno ottimistici…
Che straordinaria rivoluzione se proprio le strutture di proprietà religiosa, per prime, o di imprenditori che si rifanno alla Dottrina sociale della chiesa, con coraggio profetico, promuovessero un nuovo modo di coinvolgere nel governo delle proprie attività anche i rappresentanti di chi lavora (rappresentanza vera, e partecipazione diretta di tutti i lavoratori nelle scelte più complesse)! Ogni coinvolgimento, anche quando genera opinioni differenti o anche dibattiti e contrasti accesi, è piccolo segno di quella comunità di persone di cui si vagheggia molto, ma di cui , , non ci sono grandi segni o esempi concreti
Tutto è coerentemente concatenato: e riprendendo la locuzione di Edward Lorenz a proposito della teoria del Caos, “il battito di ali di una farfalla condiziona lo sviluppo di un tornado in un altro continente, a distanza anche di giorni…”. Nel bene e nel male.
Massimo Molteni
Smerilli: le imprese imparino a ripagarlo
(dal sito Vatican News)
Secondo la religiosa economista, suor Alessandra Smerilli, i Paesi del Nord del mondo e le loro imprese dovrebbero, come ha indicato il Papa, sentirsi in debito con quelli più poveri di cui sfruttano le risorse naturali. Oggi questo non avviene e i danni ambientali, causati dal prelievo senza regole di quelle risorse, vengono ancora considerati non intenzionali ed esterni all'attività d'impresa
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
È dedicata alle "risorse del pianeta" l'intenzione di preghiera che Papa Francesco affida questo mese a tutta la Chiesa cattolica attraverso la sua Rete Mondiale di Preghiera. Nel contesto del Tempo del Creato, che si celebra dal 1° settembre al 4 ottobre, e nel quinto anniversario della Laudato si’, il Papa esprime la sua preoccupazione per il “debito ecologico” che si genera spremendo e sfruttando le risorse naturali e rivolge un appello a condividerle “in modo giusto e rispettoso”. Sul concetto di “debito ecologico” e sulle sue conseguenze sull’attività di impresa si sofferma in questa intervista suor Alessandra Smerilli, religiosa salesiana, docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell'Educazione Auxilium e coordinatrice della Task-force Economia della Commissione vaticana per il Covid-19.
R.- Il Papa nella sua preghiera al mondo, meglio nella sua richiesta di preghiera, fa notare che se si saccheggiano le risorse del pianeta si crea prima di tutto, ovviamente, un danno ambientale. Ma siccome chi è più ricco di queste risorse sono soprattutto i Paesi emergenti, i cosiddetti Paesi del Sud che vengono depredati delle loro ricchezze naturali, tutto questo si trasforma anche in un problema economico. Quando le risorse, oltre a essere risorse naturali, sono anche materie prime alimentari, abbiamo anche un grave problema di approvvigionamento di cibo, abbiamo gente che muore letteralmente di fame.
Nel testo il Papa afferma “No al saccheggio, sì alla condivisione”…
R.- Nella sua proposta di preghiera Francesco utilizza anche un’immagine molto plastica: afferma che stiamo spremendo i beni del pianeta “come fosse un’arancia”. Vuole sottolineare che ci stiamo comportando, nei confronti di chi dispone di queste risorse, in un modo non rispettoso. Parla di “saccheggio” perché è quello che avviene in guerra quando i vincitori conquistano un Paese e prendono tutte le sue ricchezze all'impazzata, lasciandosi alle spalle un disastro. Purtroppo è ciò che avviene in molti territori quando le risorse naturali vengono depredate e in questo contesto il Papa introduce il concetto di “debito” che mi pare molto efficace…
Francesco, parla infatti di Paesi e imprese del Nord che si sono arricchiti sfruttando i doni naturali del Sud generando un “debito ecologico” e si chiede chi lo pagherà…
R.- È un’espressione che il Papa aveva introdotto nell’enciclica Laudato si’, al numero 51, dove faceva un paragone molto pertinente. Saccheggiare, depredare, sfruttare gli altri Paesi significa arricchirsi alle loro spalle ed è quindi quasi come se si prendessero in prestito queste risorse generando un debito. Ora, mentre in economia quando si contrae un debito poi ci si sente obbligati a ripagarlo, quando invece si tratta di ecologia non ne teniamo conto. Nell’enciclica si ricorda che i Paesi del Sud del mondo sono in debito con quelli più ricchi. Esistono dei piani per rientrare da questi debiti economici, vengono poste precise condizioni. Con semplicità e arguzia Francesco si chiede perché questo non avvenga anche per il debito ecologico. Si domanda perché non mettiamo in condizioni chi sfrutta le risorse altrui di ripagare questo debito nei confronti dei Paesi più poveri. Forse dovremmo vigilare tutti di più su questo.
Da economista cosa l’ha colpisce di più di questo ragionamento?
R.- Credo che dovremmo smetterla subito, “oggi, non domani”, come dice il Papa, di considerare i danni ecologici come un qualcosa di “esterno” all’attività di impresa. Vengono infatti chiamati “esternalità”, come fossero un effetto non intenzionale, appunto esterno. Il ragionamento è: l’imprenditore deve produrre, per produrre ha bisogno di alcune risorse, sfrutta gli altri Paesi, crea problemi ecologici, ma questi sono un qualcosa che accade al di là delle sue intenzioni. Dobbiamo smetterla di considerare tutto questo un qualcosa di esterno, una “esternalità”, ma dobbiamo imparare che tutto ciò fa parte delle attività dell'impresa e questa deve mettere nei suoi costi tutte le attività necessarie per ridurre questo impatto ecologico.
Il Papa spiega che il “debito ecologico” aumenta quando le multinazionali fanno fuori dal loro Paese quello che nel proprio non è permesso…
R.- È purtroppo un fenomeno molto diffuso, avviene a livello di ecologia ma anche di fiscalità. E forse questo aspetto è il più noto. Molte imprese multinazionali - non tutte, perché ce ne sono di ben condotte - mettono per esempio la loro sede fiscale nei cosiddetti paradisi, per cui riescono a sfruttare il lavoro e a usufruire di varie condizioni non pagando però le tasse lì dove operano economicamente. Ma la stessa cosa viene fatta a livello ecologico. Quando le imprese agiscono a livello internazionale, quando sono multinazionali, ci sarebbe bisogno di sistemi di “governance”, tassazione e controllo che vadano al di là dei singoli Stati.
La crisi ecologica e socio-economica a cui Francesco fa qui riferimento si connette anche con la crisi sanitaria, legata al Covid-19, che stiamo vivendo?
R.- Senz'altro. Il Papa è stato forse tra i primi leader del mondo a comprendere subito che l'emergenza sanitaria nata con la pandemia è legata a tutto il resto. Questa emergenza sanitaria che abbiamo attraversato e stiamo attraversando, visto che in molti Paesi del mondo è ancora in fase di escalation, sta facendo emergere problemi di tipo socio-economico, molti dei quali già preesistenti, in particolare di disuguaglianza di opportunità. Questa è quindi un’occasione che ci viene data per rimettere a posto un po' di cose. Per questo il Papa ha avuto l'intuizione di creare una commissione che ragionasse intorno a un mondo post pandemia, a nuovi modelli di sviluppo, lavorando, seppur nella concretezza – come ci ripete sempre - nella logica dell’ecologia integrale. In particolare nel gruppo di lavoro numero due - che io sto coordinando - si lavora insieme sui temi dell'economia, della sicurezza, della salute e dell'ecologia. Infatti, se non riusciamo ad avere uno sguardo ampio non faremo passi avanti. Anzi, forse con la pandemia torneremo indietro.
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